Cloud Atlas

Regia: Lana e Andy Wachowski e Tom Tykwer
Anno: 2012

Tutte le storie sono una sola storia – la vicenda della razza umana. I secoli travalicano i secoli – e diventano il Tempo. Ogni luogo si comprime sino a condensarsi in un unico spazio – l’Anima. Questo è Cloud Atlas.

Cloud Atlas, uscito negli Stati Uniti il 26 ottobre 2012 e arrivato in Italia il 10 gennaio 2013, è un film della durata di 2 ore e 45 minuti, che affronta tematiche molteplici e impegnative attraverso 6 storie che vengono narrate parallelamente, ma che in realtà si ambientano nell’arco di 5 secoli. Già questo basterebbe a renderlo complesso, ma come se non bastasse i registi (Tom Tykwer e i fratelli Wachowski) ancorano le vicende l’una all’altra attraverso una serie di rimandi, a volte espliciti e palesi altre invece piuttosto criptici e ostici, che obbligano lo spettatore ad un’attenzione e ad un’attività interpretativa dei simboli pressoché costante.

Soffermandosi sugli argomenti trattati, essi possono essere divisi in due filoni principali.

Il primo fa capo ad un’analisi sociale e di costume (trans-culturale e trans-temporale) e muove una serie di critiche morali. Si parte dal 1893 con la narrazione del viaggio del giovane benestante Adam Ewing (Jim Sturgess), dal clandestino nero Autua (David Gyasi) e dal losco Dr. Goose (Tom Hanks) per affrontare la questione delle discriminazioni razziali; si passa all’accusa degli atteggiamenti omosessuali con la storia del 1936 di Robert Frobisher (Ben Whishaw), giovane musicista bisessuale, del suo amico-amante Rufus Sixsmith (James D’Arcy) e del compositore Vyvyan Ayris (Jim Broadbent); si affronta il tema dell’anzianità, del perbenismoe dell’ipocrisia nei  suoi riguardi tramite gli “accidenti” occorsi nel 2012 all’editore Timothy Cavendish (Jim Broadbent) che, per una vendetta fraterna, viene richiuso in una casa di riposo (un vero lager); si termina nei segmenti dell’inchiesta del 1972 (svolta dalla reporter Luisa Rey – Halle Berry) e nel racconto del 2144 (ambientato in Nea So Copros, dove il clone Sonmi 451 – Bae Doona – con l’aiuto del ribelle Hae-Joo Chang – Jim Sturgess – evade dalla condizione di schiavitù in cui è ridotta per portare un messaggio di liberazione) con una connotazione più spiccatamente politica, attraverso una chiara condanna del potere delle compagnie petrolifere  e degli orrori dei totalitarismi.

Il secondo filone tematico è quello che riguarda la religione. Esso viene affrontato nella vicenda del futuro estremo 2321, i cui protagonisti principali sono il vecchio Zachry (Tom Hanks) e la prescelta Meronym (Halle Berry), in cui si giungerà alla rivelazione che la dea Sonmi non è che una comune mortale. Interessante sono proprio i riferimenti religiosi che la pellicola affronta: dalla voglia a forma di stella cadente che presentano tutti i “prescelti” e un riferimento alla crocifissione sul finale che lascerebbero pensare al cattolicesimo, ai concetti di illuminazione e Karma di ispirazione buddhista e induista, fino ad una “filosofia spiritualista” che pare animare l’intera storia umana. Che si può visualizzare come i cerchi concentrici che si disegnano nell’acqua, quando vi gettiamo una pietra (“La nostra vita non ci appartiene. Da grembo a tomba, siamo legati agli altri”).

Con questa imponente struttura narrativa, con un cast stellare in cui gli attori principali interpretano ognuno 6 diversi ruoli, con un budget stratosferico (se si pensa che è sostanzialmente una produzione indipendente), con una triade di registi di questa portata, con una serie di effetti speciali piuttosto ragguardevoli, e infine con un riferimento come il romanzo omonimo di David Mitchell di cui è l’adattamento cinematografico, Cloud Atlas poteva essere un colossal. In realtà, manca l’obiettivo. Innanzitutto si ha talvolta l’impressione che i 6 segmenti siano giustapposti o comunque privi di una coesione integrale (e forse ciò è dovuto al fatto che è stato girato con due troupe e che i registi si sono equamente divisi la narrazione delle storie). I costumi e i travestimenti che sono stati utilizzati in taluni casi sono al limite del grottesco. Persino il riferimento esplicito a Matrix (realizzato dagli stessi Wachowski nel 1999), forse perché troppo esplicito (il trucco del ribelle Hae-Joo Chang lo fa parere in tutto e per tutto un clone asiatico di Keanu Reeves) si ammanta di parodia. Ma alla fine quello che lascia più sconcertati è proprio la narrazione: non è sufficientemente chiaro quale sia il suo scopo, il messaggio che vuole trasmettere!

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One Response

  1. sonia 30 gennaio 2013

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