C’è sempre il sole a Philadelphia

Ideatore: Rob McElhenney
Autori: Glenn Howerton, Charlie Day, Rob McElhenney
Anno:
2005 – in corso

Sono scemi, debosciati, disonesti e incoscienti, le loro avventure oltre il limite del politicamente scorretto, la loro immoralità pura e innocente come un bambino.

Quand’è che essere idioti sconfina nell’essere incivili, immorali, pericolosi, e incuranti delle conseguenze nefaste dei propri comportamenti? È una colpa essere scemi se è causa di situazioni dannose per gli altri, deprecabili, talvolta orrende? E se tutto questo facesse persino ridere? C’è sempre il sole a Philadelphia (“It’s alwais sunny in Philadelphia”) risponde, o in un certo senso argomenta intorno a tali quesiti.

Dennis (Glenn Howerton), Charlie (Charlie Day) e Ronald (Rob McElhenney) sono tre “cretini” trentenni che possiedono un pub irlandese nella periferia di Filadelfia, insieme a loro c’è Dee (Kaitlin Olson) la sorella gemella di Dennis, che lavora come cameriera, e dalla seconda stagione c’è anche Frank (Danny DeVito) padre adottivo di Dennis e Dee. Tutti insieme gestiscono il pub tra idee, avventure e tragedie grottesche.

The Jerks (letteralmente “I cretini”) era il titolo, in fase di lavorazione, del film tv da far diventare episodio pilota della serie. La storia era quella di un uomo che finge di avere il cancro per sfruttare la pietà di un suo amico (la puntata è stata poi girata nuovamente ed è diventata la vicenda della quarta puntata).
L’episodio fu girato con una sola videocamera da Charlie Day, Glenn Howerton e Rob McElhenney a Los Angeles e presentato a varie emittenti televisive finché attirò l’attenzione di FX diventando così una serie televisiva.

Argomenti come quello di cui sopra sono lo standard della serie così come il modo di affrontarli: immoralità, discriminazione, disabilità, mafia, nazismo, droga, violenza, aborto e pedofilia sono solo alcuni esempi. Ogni questione è gestita dalla faciloneria e dall’idiozia dei protagonisti che nella loro superficialità di perfetti cretini non si rendono mai conto completamente di ciò che combinano, ed essendo privi di qualunque cultura e dunque di senso critico e dunque di moralità, non vedono nulla di sbagliato nel cercare di trarvi ogni volta qualche sordido beneficio con mezzi più che discutibili, tentativi che regolarmente falliscono, in alcuni casi persino tragicamente.
L’ironia che ne scaturisce è una bomba di divertimento. La leggerezza dei quattro scemi fa da contrappunto estremo alla pesantezza delle situazioni in cui si buttano a capofitto con un’incoscienza al limite del possibile.

È proprio il dialogo surreale tra coscienza (intesa a tutto tondo, cioè sia come essere coscienti di ciò che si fa, sia come coscienza morale)  e incoscienza (come esatto opposto, dote che i protagonisti possiedono in gran quantità) a dare spessore a questa sit-com.
Se essere privi di morale si può considerare un’attitudine deprecabile da condannare, il comportamento dei quattro non suscita subito un biasimo nei loro confronti direttamente proporzionale alla gravità dell’azione commessa, ma piuttosto una condanna nei confronti dell’idiozia in generale, in questo modo l’incoscienza si esprime quasi come loro salvezza e i colpevoli principali, a volerne trovare, sono forse la società e i suoi prodotti (a)culturali.
In queste dimensioni si colloca il lato dissacrante della sit-com che ridicolizza qualunque valore con un’inquietante leggerezza, talvolta al limite del surreale (si noti l’allegra e spensierata Temptation Sensation di Heinz Kiessling, sigla di apertura). 

Le personalità dei personaggi sono ben tratteggiate e particolari, oguna diversa ma tutte con qualcosa in comune.
All’interno dello stereotipo del tipo tranquillo, perennemente “fatto“, incosciente e casinista, come dipinto e reso celebre in pellicole quali Il Grande Lebowski (“The Big Lebowski” Joel Coen 1998) o Paura e Delirio a Las Vegas (“Fear and Loathing in Las Vegas”, Terry Gilliam 1998), si innesta il cinismo grottesco, privo di dignità e consapevolezza di cinque individui patetici e disturbati al limite del patologico, che come dei fattoni giungono spesso a elaborare soluzioni contorte e folli per trarre benificio o tirarsi fuori da una certa situazione salvo poi perderne regolarmente il filo e ritrovarsi in un escaletion di ripercussioni negative e infine sperduti in un oceano di caos.

Da metà della seconda stagione le puntate si fanno più cattive ed estreme e i personaggi tendono ad essere sempre più idioti e incoscienti, al limite del surreale, ma non meno particolareggiati anche se il colore degli aspetti principali tende a prevalere massiccio su tante piccole sfumature che speriamo la serie non trascuri.
Tra gli episodi più divertenti sicuramente “Una scelta difficile” e “Nonno in fumo” dalla prima stagione, e “Charlie diventa storpio“, “La jihad della gang” e “Dennis e Dee chiedono il sussidio” dalla seconda.
Al momento negli USA è appena uscita l’ottava stagione, da noi sono giunte le prime sette.

C’è sempre il sole a Philadelphia  è in onda su Cielo dal Lunedì al Venerdì all’1.45. Da non perdere.

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