Cani sciolti

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Cani sciolti

Regia: Baltasar Kormàkur
Anno: 2013

Il non-più-giovane islandese Baltasar Kormàkur, già dietro la camera in una decina di film, tra cui l’inquietante 101 Reykjavik (2000), vincitore di numerosi premi, uno più inutile dell’altro e Contraband (2012), a sua volta remake della pellicola islandese Reykjavik-Rotterdam (Oskar Jonasson, 2008), della quale rimane ancora il sapore in bocca. Lo stile è tutto sommato buono, anche se le  tante contaminazioni, che non diventano mai citazioni o riferimenti, rendono un po’ oscura la lettura di ciò che racconta. Non c’è ancora stato il colpo di genio, forse, prima di questo.

Cani Sciolti è quasi geniale. Poche scelte diverse e sarebbe sicuramente diventato un cult.

Robert Trench e Michael Stigman sono due affiliati al cartello messicano con a capo Papi Greco (“sembri un Einstein messicano”, citazione dal film), che scopriranno durante l’ultimo colpo prima della retata finale, di essere entrambi infiltrati e che i rispettivi servizi, DEA e Marina vogliono bruciali. Nella banca che rapinano trovano i famosi soldi che scottano, entrando così in un ciclone di ricerche, botte e inseguimenti, di cui non è difficile immaginare come ne usciranno.

La premessa non troppo ovvia, è che stiamo parlando di una commedia. Chiamatela pulp, buddy, come volete, ma è di botte e caroselli che si parla. E’ un ottimo mix di Tarantino, inseguimenti nella sabbia, ostaggi nel cofano, belle rapite, pistole, mexican standoff e tante botte. L’errore da matita blu, viene ancora una volta dalla distribuzione italiana, che cambiando il titolo in “Cani Sciolti” anzichè 2 Guns (lett. “Due Pistole”), lo fanno sembrare una drammatica odissea d’azione. I ritmi sono quelli dei vari Schwarzenegger, Die Hard, di una comicità diretta e capace di prendere in giro tutti quei clichè dei troppi film d’azione che si perdono nel giro di una mezz’ora.  E’ divertente vedere i vari siparietti tra i due militari, anche se si sarebbe potuta tranquillamente forzare la mano, sia sul sangue che sulla cattiveria delle battute.

I protagonisti sono i due fuoriclasse che si presentano da soli, come Denzel Washington (MalcomX, Training Day, Hurricane, John Q, Inside Man) che fa benissimo a prendersi in giro, nonostante abbia interpretato numerose pellicole d’azione, come quelle fortunatissime con gli Scott (Man on Fire, Deja Vù, American Gangster, Pelham 123, Unstoppable) e Mark Wahlberg (The Italian Job, The Departed, Shooter), già protagonista in Contraband nel 2012 con lo stesso regista, e che già avevamo visto in un ruolo comico in Ted (Seth MacFarlane, 2012).

L’altro maestro d’azione è il direttore della fotografia Oliver Wood, giusto per citarne alcuni: Die Hard 2 (Renny Harlin, 1992), Face/Off (John Woo, 1997) e la saga di Jason Bourne (2002, 2004, 2007). Insomma uno di quei professionisti di Hollywood che hanno inventato (o re-inventato, se partiamo dalla Spielberghiana ondata degli ’80) la fotografia d’azione, e rendono immediatamente assimilabile ed ergonomicamente riconoscibile il genere di cui si parla.

Ma i quasi 61 milioni di verdoni, due grandi attori, e un ottimo direttore della fotografia e far diventare il film un cult. Se parliamo di numeri, quindi incassi al botteghino, si pensi che al primo week-end negli Usa, sono stati venduti biglietti per 10 milioni, che arrivano a 130 milioni totali.  Il sogno di ogni produttore.

Immaginiamo adesso, se il regista avesse forzato la mano, e  con un poì più di coraggio avesse scelto i due big del Frat Pack a cui si era inizialmente pensato: Vincent Vaughn e Owen Wilson, già insieme in 2 Single a Nozze (David Dobkin, 2005) e The Internship – Gli stagisti (Shawn Levy, 2013). Vedere due attori del calibro di Vaugh e Wilson alle prese con un film d’azione comico, sarebbe stata una di quelle operazioni, davvero alla Bruce Willis o Jackie Chan, facendo entrare il film nella storia dei film di genere. Per quanto riguarda la scrittura, locuzioni come definizioni “leggermente pulp” o “un tocco di pulp”, risultano piuttosto antitetiche con quella matrice tarantiniana che ha riprogettato il genere, e quindi quando qualcuno muore il pubblico dovrebbe scoppiare in una fragorosa risata.

Ecco che quindi questa indecisione tra scegliere l’azione drammatica o la commedia, risulta un po’ schizofrenica, bipolare. Ma il risultato è più che sufficiente, accettata la condizione “2Guns=comedy”.

La visione è consigliata al pubblico sopra il metro di altezza, e se qualcuno vorrà aspettare l’uscita in Dvd, potrà utilizzare i 110 minuti del film (durata azzeccata) per rivedersi un bel Die Hard o un Tarantino d’annata.

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