Ender’s game

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80

Regia: Gavin Hood
Anno: 2013

Tratto dall’omonimo romanzo di Orson Scott Card del 1985, Ender’s Game affronta il tema fantascientifico della guerra tra umani e alieni. Purtroppo in maniera banale e poco entusiasmante.

I Formic, mostruosi alieni invasori simili a formiconi, avevano quasi vinto la guerra, anni fa, se non fosse stato per l’eroico pilota Mazer Rackham, il quale, schiantandosi col suo caccia su una delle navi-madre, permise di scoprire il loro punto debole: distruggendo la regina, tutti gli altri alieni perdono qualunque capacità combattiva e organizzativa.
Gli alieni hanno però molte regine, solo una è la suprema e abita sul loro pianeta. Quindi la guerra prosegue. I Formic con i loro caccia sono troppi e troppo abili, i piloti umani non sono al loro livello. Solo le menti ultrareattive dei giovani terrestri, adolescenti cresciuti a pane e videogiochi di guerra, sono in grado di gestire una simile quantità di input. Così viene creata un’armata di ragazzini militari che coordinano caccia e droni per fronteggiare il nemico. Ender Wiggins (Asa Butterfield) sembra il più promettente, ha una mente brillante, veloce e in grado di capire in anticipo le mosse del nemico. Comprende questa sua dote grazie alle originalissime parole del Colonnello Graff (Harrison Ford): “Tu hai un dono Ender, il mondo ha bisogno di te, sei l’unico che può capire il nemico e sarai tu che salverai l’umanità”.  Insomma è il prescelto. Banalità di cui ormai siamo saturi.
Addestrato nella stazione orbitante comandata dal colonnello Graff, Ender si guadagna il rispetto degli altri ragazzini-soldato e impara a gestire il suo potenziale. Alla fine sconfigge i mostri e diventa ammiraglio supremo.

Il film è noioso. Vengono tralasciate le poche idee che avrebbero potuto dare spessore. La trama non ha niente di originale. L’ambientazione non ha niente di originale. Lo svolgimento è  prevedibile, non emoziona. I personaggi sono scontati. E tonnellate di astronavi, raggi laser ed esplosioni titaniche, ormai, non possono più sbalordire né gettare fumo negli occhi degli spettatori, se dietro non c’è qualcosa di solido.
Non ci stancheremmo mai di vedere alieni invasori, astronavi e battaglie spaziali, si tratta ormai di un sotto-genere della nostra amata fantascienza, il problema è che questo film è una sequela  di trovate scontate che conosciamo a memoria.

La guerra dei mondi (The War of the Worlds, Byron Haskin, 1953, che fu prima romanzo di H.G. Wells, 1897): gli alieni invadono la terra, ma un eroico umano capisce come distruggerli. Indipendence Day (Roland Emmerick, 1996): gli alieni invadono la terra, ma un eroico umano capisce come distruggerli; e si potrebbe andare avanti per ore, dall’esilarante Mars Attacks! (Tim Burton, 1996) all’evitabilissimo Starship Troopers (Paul Verhoeven, 1997). Persino Pacific Rim (Guillermo del Toro, 2013) è stato più entusiasmante. Ognuno di questi film ha avuto comunque una sua originalità. E abbiamo tralasciato la letteratura, i videogiochi, i fumetti e le serie TV, in cui questo tema è stato eviscerato in mille modi da cento anni.  Questo è quanto ci saremmo aspettati da Ender’s Game: un nuovo modo di interpretare il genere. Ma non è stato così. Anche l’idea dei ragazzini che vincono una guerra spaziale grazie alla loro abilità nei videogiochi è vecchia: vedasi Giochi Stellari (The Last Starfighter, Nick Castle, 1984).

La caratterizzazione dei personaggi è superficiale, a cominciare da Ender Wiggins. Il protagonista ha questa straordinaria dote tattico-strategico-empatica; è migliore di suo fratello maggiore, espulso dall’accademia militare perché privo di scrupoli e dotato solo di aggressività, ed è migliore anche di sua sorella, empatica ma troppo tenera. Da tutto questo ci si aspetterebbe un complesso approfondimento psicologico. Invece no.
Le emozioni di Ender sono buttate lì come blocchi di pietra tagliati con l’accetta: prima è triste perché gli manca sua sorella, ma è una tristezza stereotipata: tiene il muso, poi si arrabbia; un attimo dopo è sicuro di sé, poi pensa di non essere all’altezza e di nuovo tiene il muso e fugge, poi il colonnello gli fa un discorsetto e lui allora ritorna. Fine della caratterizzazione. Il suo mutamento in eroe avviene senza alcuna tensione.
Gli altri personaggi: sua sorella è dolce dolce con gli occhioni lucidi, questa è la sua complessa natura empatica e suo fratello è troppo aggressivo perché si comporta come il classico bulletto.
Il personaggio di Harrison Ford è fonte inesauribile di frasi prevedibili e banali: dovrebbe avere una sua storia, lo si intuisce, ma niente di più, rimane il tipico comandante un po’ buono un po’ duro, ma è Harrison Ford gioca di mestiere con poche espressioni ben assestate.

Infine, la bieca etica del film.
Ragazzini vengono educati a fare la guerra, a essere competitivi, aggressivi, a odiare il loro nemico, e alla fine a commettere un genocidio.
Gli alti ufficiali rivelano che gli alieni avevano attaccato la Terra per la scarsità idrica e la sovrappopolazione del loro mondo. Poi si insinua vagamente il sospetto che in realtà sono gli umani a trovarsi in una condizione di scarsità di risorse e sono stati loro a iniziare la guerra, ma i media hanno sempre mostrato che i cattivi erano i Formic.
Poteva essere un’interessante (anche se non originalissima) rivoluzione di prospettive, o comunque mostrare la complessità morale di una situazione di conflitto per la sopravvivenza. Ma no, questo input viene solo accennato e poi lasciato cadere come se niente fosse. In compenso ha grande risalto un enorme super raggione laser chiamato affettuosamente dai ragazzini dottor morte.
La battaglia finale non avviene sulla Terra, ma sul pianeta alieno. Sì, perché sono anni che gli alieni non attaccano più ma gli umani decidono comunque di andare lì a ucciderli tutti, e annientano tutta la popolazione dei Formic col super raggio laser, commettendo di fatto uno spettacolarissimo genocidio.
Ma nel finale, Ender, tanto triste per il terribile gesto, si reca sul pianeta distrutto e salva l’ultimo abitante, una grossa larva, promettendo solennemente di portarlo su un pianeta abitabile affinché possa ripopolare la razza dei Formic. Così gli umani passano anche per buoni e magnanimi.

Da evitare.

3 Commenti

  1. Ottima recensione. Il mio parere è che la trasposizione cinematografica di Ender’s Game non rende giustizia all’opera di Orson Scott Card: il film è molto piatto, sbrigativo e racconda la storia di Ender in un modo freddo e distaccato, che non permette agli spettatori di legarsi al personaggio qui presentato come un bambinetto freddo e geniale che senza alcuna crescita passa dal grado di recluta al grado di comandante senza il minimo cambiamento interiore. In realtà il tema della trasformazione é nel romanzo uno degli elementi più importanti e fa riflettere molto sul ruolo dell’educazione, sulla responsabilità, sul significato della leadership e sulla definizione di “eroe”. Nel film, invece, Ender è il predestinato sin dall’inizio e sappiamo tutti dove andrà a parare il film sin dai primi minuti di visione. Mancano poi quasi completamente la sorella Valentine (nel suo ruolo di Demostene) e il “fratello-killer” Peter (Locke) che sulla terra provocano una vera e propria rivoluzione. Il mio commento generale è che il film risulta “vuoto” e superficiale rispetto al romanzo di card. Un po’ questo è normale nella trasposizione cinematografica di un qualsiasi romanzo ma Ender’s Game non raggiunge nemmeno l’asticella minima per far considerare questo film un degno erede del libro.
    Per quanto riguarda fotografia, ambientazione, cast ed effetti speciali nulla da eccepire. I dialoghi sono però veramente insulsi e mi è dispiaciuto vedere Harrison Ford così “castrato” a causa di uno screen writing pietoso e superficiale. Il film risulta purtroppo uno scheletro vuoto, privo di un qualsiasi “cuore”. Un vero peccato. Hunger Games era riuscito bene, nonostante una certa “semplificazione”, a dare profondità alla storia. Ender’s game è purtroppo un film insulso.

    • Grazie per il commento, Neff.
      In effetti avevo immaginato che il problema fosse del film. Leggerò il libro anche se ti confesso che ho alcuni pregiudizi pure su quello, non tanto perché immagino che sia un brutto romanzo – so che ha vinto alcuni premi importanti – quanto perché sospetto che sia infarcito di machismo e perbenismo all’americana, pipponi sul senso del dovere e sulla capacità “maturativa” della vita militare e della guerra, nonché un filino di razzismo.in fondo la storia è quella, mi verrebbe da pensare. Tuttavia il fatto che mi dici che la trasformazione e la maturazione del protagonista sono tra i suoi punti di forza (cosa che ritengo fondamentale per qualunque buon romanzo), che i profili dei personaggi sono più curati e che ci sono eventi non presenti nel film che danno spessore all’intreccio, allora sono invogliato a leggerlo.

      • P.S.
        Scusa per il commento scritto a cavolo ma mi ero appena svegliato. Spero che si sia capito il senso.

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