Broken Flowers

Regia: Jim Jarmusch

Anno: 2005

broken-flowers-murrayDon Johnston è un playboy sul viale del tramonto, con relazioni fallimentari alle spalle e un presente ancor meno gratificante, fatto di routine e solitudine esistenziale. Quando, però, una lettera anonima lo informa di esser inconsapevolmente padre da vent’anni, Don viene catapultato in un viaggio alla ricerca della vera madre che, tuttavia, ha più il sapore di una ricerca della propria identità.

Nell’estetica morente di un fiore spezzato (broken flowers, per l’appunto), Jim Jarmusch (Down by Law, 1986; Coffee and Cigarettes, 2003) declina misticamente un road movie dai toni pallidi e appassiti. Le musiche si ripetono in una nenia inconsolante e -spesse volte- disorientante, la meta sembra allentare nel percorso la sua forza rigeneratrice, le strade diventano interminabili viottoli di coscienza in cui il viandante (Don Johnston) si perde inesorabilmente, ritrovando di contro una piena coscienza di sé e della presente esistenza.

Per sua stessa ammissione: “Bene, il passato è passato, questo lo so. E il futuro non è ancora arrivato. Qualunque cosa sia, dunque, l’unica cosa che esiste è questa. Il presente. Così è”.

Ed ecco che, nella svogliata ricerca della vera madre di suo figlio, l’ombra sbiadita di un Don Giovanni in tuta si scontra coi meccanismi decostruttivi del tempo che passa: le vecchie amanti hanno una nuova vita, nuovi equilibri, nuove forme di sopravvivenza; le immagini di un passato “glorioso” si appiattiscono davanti ai feticci dell’età moderna (ville prefabbricate, terapia animale, ninfette disinibite) quasi fossero incapaci di uscire da quel vortice di infelice routine nel quale lo stesso protagonista è caduto. Giorni uguali, abiti uguali, relazioni uguali.broken-flowers-imgfilm-brindisi

Il film non rivela l’autore della lettera, così come non rivela l’identità di quel figlio che sembra rispuntare dal passato, portando con sé l’ultima speranza di cambiamento, di liberazione dallo stallo. Sarebbe davvero così importante? O meglio, sarebbe davvero così fondamentale una definizione, un nome che ricolleghi le strade della giovinezza con quelle incerte della mezza età?

Per Jarmusch no. E forse nemmeno per Don, così inerte di fronte alla transitorietà del tempo da lasciar come ultima tappa del suo viaggio la tomba di una vecchia amante. Quasi a chiudere il cerchio col passato, quasi a dirsi: “Enfer ou ciel, qu’importe?”. L’interpretazione impeccabile di un Bill Murray (Lost in Translation – Sofia Coppola, 2003; Moonrise Kingdom – Wes Anderson, 2012) in stato di grazia riesce ad amplificare i silenzi, i disagi e le insensatezze; e i suoi sguardi fissi (apparentemente) inespressivi diventano specchio di una consapevolezza crescente, capace di trovare ironia nel dramma di un presente amaro e svuotato. Jim Jarmush, occhio registico esterno e indifferente, dirige magistralmente le sue marionette in un flusso di immagini frammentarie, ripetute e desaturate.

broken-flowersSpiccano per autenticità le interpretazioni delle quattro amanti: Sharon Stone (Casino – Martin Scorsese, 1995), Frances Conroy (American Horror Story, 2011), Jessica Lange (Tootsie – Sydney Pollak,1993) e Tilda Swinton (The Zero Theorem – Terry Gilliam, 2013). Donne diverse, donne rincontrate seguendo un’involontaria parabola discendente di disponibilità e affetto, fino al massimo distacco da parte di Penny (Tilda Swinton) e di Helen, ormai morta.

Broken Flowers non è il film delle certezze e delle rivelazioni. E’ semmai uno spaccato impenetrabile nella vita di un antieroe moderno, in cui lo spettatore può solo perdersi o, nel migliore dei casi, accompagnare i pensieri silenziosi di chi ormai ha ben poco da dire. Magari accostando anche i propri. Magari scoprendo di esser anche lui il Don Johnston di turno.

Magari ancora in attesa di lettera. Stavolta dalla vita.

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