Bates Motel

Ideatore: Carlton Cuse (sui personaggi creati da Robert Bloch in Psycho, 1959)
Autori: Carlton Cuse, Kerry Ehrin, Anthony Cipriano
Anno: 2013 (Stagione 1, 10 episodi)

Il Bates Motel è il luogo dell’omicidio senza dubbio più celebre nella storia del cinema (Janet Leigh accoltellata nuda nella vasca da bagno in Psyco, 1960, di Alfred Hitchcock). Ma chi commette, con lucido furore, l’assassinio? Certo, la mano è quella dello squilibrato Norman Bates. Ma, come si chiedeva lo psicologo nel film, quanto il delitto è frutto della disturbata volontà del folle? E quanto invece Norman Bates si annulla, posseduto dalla severa figura della madre defunta, nel compiere il delitto?

Dietro un corpo in trance pronto a scattare, qual è la vera mente malata? Madre e figlio, Norma e Norman: in chi e dove affondano le radici del male? È in queste zone oscure che sembra voler scavare il serial Bates Motel (scritto da uno degli autori di Lost, Carlton Cuse), successo del network Usa A&E ora proposto in Italia da Rai 2.

Un curioso prequel anacronistico dell’opera hitchcockiana (sono narrate le origini e i dolori del giovane Bates, ma la serie è ambientata ai giorni nostri). Alle prese con un Norman tormentato e ombroso adolescente (Freddie Highmore), appena trasferitosi con la madre (Vera Farmiga) nella cittadina marittima di White Pine Bay, per aiutarla nella gestione di uno sperduto motel acquistato con i soldi ottenuti per la misteriosa morte del padre.

Proprio quest’ultimo elemento è la prima traccia della costante indecidibilità sulla verità di eventi e personaggi, cifra dell’intera serie. Secondo una costruzione ellittica che procede per clamorose omissioni e fulminee rivelazioni, cercando forse di ricalcare gli instabili sbalzi di Norman e della madre, i loro traumi, segreti e rimozioni, buchi (narrativi) e vuoti di coscienza. Programmatica la sequenza d’apertura della serie (Ep. 1, La sfida, “First You Dream, Then You Die”).

Una sorta di flashback impersonale, non chiaramente riconducibile a un personaggio o a un (im)parziale narratore esterno (è un sogno di Norman, un ricordo suo o della madre, o che altro?). Con Norman che si alza dal letto e ancora stordito vaga affannosamente per le stanze, cercando il padre come colto da un funesto presagio, prima di scoprirne il cadavere insanguinato in garage. Subito corre disperato dalla madre, chiusa in bagno per la doccia, poi di nuovo al capezzale del morto, con la donna a rincuorare il figlio singhiozzante in un abbraccio sofferto.

Ma cosa è successo? Tutti gli indizi (la m.d.p. traballante, inquadrature storte, il soffio di un ferro da stiro acceso, pentole a ribollire sul fuoco, la luce che va e viene, lo strano comportamento della madre) suggeriscono istintivamente qualcosa di sinistro, che ancora non ci è concesso vedere. L’ambiguità rimarrà sempre spinta al massimo (un primo scioglimento si avrà solo con il sesto episodio, “The Truth”). Così, in ogni azione o sguardo successivo di Norman e della madre cerchiamo qualcosa di rivelatorio che li “tradisca”, facendo luce sul mistero iniziale.

La focalizzazione “su” e l’identificazione “con” i personaggi risulta in tal modo continuamente spostata. Se in un frangente è la possessiva madre a sembrarci irrimediabilmente pazza, il polo maligno che grava sul precario equilibrio di Norman, subito dopo è lui stesso a spaventarci con sguardi sbarrati e inquietanti silenzi pensosi. Chi è vittima è anche carnefice, e viceversa. Non si sa più di chi fidarsi.

Non mancano i riferimenti a Psyco, disseminati qua e là per la gioia dei fan hitchcockiani, comunque mai troppo enfatizzati (anche senza aver visto il film, si può tranquillamente apprezzare il serial). Qualche inquadratura richiama l’impostazione del classico, in particolare nei primi episodi (frequente l’incombente scorcio dall’alto sulla tromba delle scale di casa Bates).

Così come la scena posta in apertura dell’episodio 2 (Crittografia, “Nice town you picked, Norma…”) sembra omaggiarlo esplicitamente: un Norman catatonico illumina a scatti veloci, con una torcia, alcuni disegni che rappresentano efferate violenze su una donna, sezionati in dettaglio e animati da un montaggio frenetico e spezzettato come nel celebre omicidio della doccia.

Per il Norman di Bates Motel, come in Hitchcock, la violenza, più che mostrarsi direttamente, emerge come suggestione emozionale, creata e alimentata dal lavoro dell’occhio (fisso, rapito dalle immagini) e della mente. Un sogno che è desiderio inconscio di sesso e di morte (Norman sognerà prima di possedere, poi di strangolare l’amata, naturalmente nella vasca da bagno).

Altri spunti nella caratterizzazione accrescono l’innegabile fascino del young Norman Bates: il giovane è un vorace cinefilo che passa il tempo a guardare film in bianco e nero su un vecchio televisore (nel già citato flashback, un dialogo estrapolato da La signora del venerdì, “His Girl Friday”, Howard Hawks, 1940, in cui un personaggio dichiara che andrà a vivere con la madre, anticipa il tema di partenza).

“Tutti sembrano migliori nei vecchi film. Anche i cattivi. Più felici, forse”, confida a Bradley nel terzo episodio (Cosa non va in Norman, “What’s Wrong With Norman”). Quasi tentasse di indulgere benevolmente nei confronti del Norman Bates hitchcockiano (“vecchio” per la memoria cinematografica, ma ancora di là da venire, nella scansione temporale del serial). E quindi riabilitare (giustificare?) se stesso, le sue contraddizioni.

Si tratta comunque di accenni marginali, completamente tralasciati negli episodi successivi, senza che un discorso metalinguistico tra la serie e l’opera di riferimento prenda mai davvero quota. Bates Motel brilla per la coinvolgente recitazione della coppia protagonista, per ritmo, deviazioni e incroci delle varie sottotrame.

Gli sviluppi della storia approfondiranno man mano il morboso rapporto madre-figlio, l’ossessivo complesso di colpa di Norman, più volte sorpreso a parlare con l’apparizione-fantasma della donna che lo ammonisce e lo spinge ad agire (prefigurate le conversazioni immaginarie con il cadavere di Psyco). Scopriremo l’apprendistato di Norman nella tassidermia (vedendolo imbalsamare un’amata cagnolina investita da un’auto). L’acerbo formarsi della sua fatale attrazione/repulsione per le bionde (il difficile rapporto con la bella Bradley, strizzata d’occhio al pubblico giovanile delle teen-soap scolastiche).

La serie tuttavia allarga presto lo spettro d’azione, moltiplicando inquietanti anomalie al di là dei personaggi principali (tra gli altri, lo sbandato fratellastro di Norman, che mina l’affiatamento della coppia familiare).

La ridente cittadina affacciata sul mare diventa così un groviglio di torbidi segreti, vendette e manovre criminali, oscure minacce, loschi traffici e maniaci insospettabili. Tanto da assomigliare alla Twin Peaks dell’omonima serie lynchiana (1990-1991) o alla Castle Rock di alcuni romanzi di Stephen King, in cui il male a poco a poco contagia tutti gli abitanti, e non si salva più nessuno.

Bates Motel prende a prestito le icone e la suggestiva ambientazione di Psyco dilatandole in una messa in scena tipicamente contemporanea, che ha il suo fulcro nella proliferazione dei punti di vista, nell’ambivalenza dei segni filmici e nella profondità psicologica dei personaggi.

Niente di particolarmente innovativo e una scrittura non sempre all’altezza. Ma due protagonisti intensi e magnetici, una buona descrizione dell’atmosfera malsana e qualche colpo di scena azzecato lo rendono comunque un serial interessante.

Una seconda stagione è già confermata per il 2014.

Bates Motel va in onda il Martedì, h. 22:45, Rai 2

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