Regia: Phil Lord e Christopher Miller
Anno: 2026
Non è nuovo a scenari fantascientifici e ad imprese spaziali Ryan Gosling, protagonista de L’ultima missione – Project Hail Mary; lo abbiamo visto laconico agente nella futuristica Los Angeles in Blade Runner 2049 (2017), sequel del cult movie di Ridley Scott, e nei panni di Neil Armstrong in First man (2018). Con questo nuovo film torna ad indossare la tuta spaziale in orbita su un’astronave nel tentativo disperato di salvare la terra da una possibile glaciazione.
Gosling interpreta Ryland Grace, un simpatico insegnante di Scienze della scuola media con alle spalle un passato come ricercatore accademico, in seguito ostracizzato per le sue teorie controcorrente. Ora il sole sta progressivamente perdendo energia a causa di microscopici alieni, gli astrofagi, e un’unità di crisi internazionale con a capo l’inflessibile Eva Stratt (Sandra Hüller) cerca di scongiurare l’estinzione del genere umano a causa del raffreddamento terrestre. Ryland per i suoi precedenti studi su forme alternative di vita viene scelto come astronauta scientifico in una missione diretta verso l’unica stella che gli alieni non stanno prosciugando, Tau Ceti, insieme ad altri due compagni di viaggio.
Il film si apre con Ryland che si risveglia da un coma farmacologico e si ritrova inspiegabilmente unico superstite su un’astronave lontano anni luce dalla terra; solo col riaffiorare della memoria ricorderà (e noi scopriremo insieme a lui grazie ai flashback) ciò che lo ha portato a trovarsi lì, suo malgrado. Già, perchè partecipare ad una missione eroica, tra l’altro senza ritorno (non c’è carburante sufficiente fin dalla partenza), per salvare il suo pianeta non gli passava neanche per l’anticamera del cervello, mentre adesso deve far fronte alla situazione e inviare alla terra i dati raccolti durante la missione.
Non sarà del tutto solo però. Nel suo viaggio nello spazio profondo incrocia la rotta di un’altra astronave in missione per il medesimo scopo, anch’essa abitata da un unico superstite: un piccolo alieno dall’aspetto roccioso, che comincia in qualche modo a dialogare con Ryland. E’ evidente che l’alieno, ribattezzato Rocky, cerca un contatto con l’umano per tentare di risolvere un problema comune che riguarda i pianeti da cui provengono e grazie ad un sistema di traduzione Ryland riesce a comunicare con Rocky, che si rivela simpatico e desideroso di capire l’umano.
E’ questo il tratto più originale di un film di fantascienza che poteva essere simile ad altri già visti sull’eroe che deve salvare la terra da una catastrofe. Qui, innanzitutto, siamo di fronte ad un eroe suo malgrado, che sfodera non tanto il suo coraggio, quanto la sua umanità, e non manca nemmeno di momenti di goffaggine, che lo rendono ancor più “ordinary man”, come gli occhiali che spesso porta penzoloni su un solo orecchio. Il suo incontro con l’alieno pare inoltre la cosa più normale del mondo; a parte l’iniziale stupore, tra i due nasce la voglia immediata di conoscersi e di aiutarsi in quello scenario ignoto che è lo spazio. L’alieno pare tanto umano quanto l’uomo, ha persino voglia di scherzare con lui in alcune scene da slapstick comedy, come quando Ryland gli insegna i passi di un ballo con le braccia ondeggianti o ad alzare il pollice, cosa che l’alieno imita ma volgendo il “pollice” in basso, non riuscendo a fare diversamente.
Tra momenti buoni ed altri drammatici, la missione avrà successo con la collaborazione di entrambi, ma quello che più tiene incollati allo schermo è la sinergia tra Ryland e Rocky, che fanno squadra con momenti di tenerezza che potrebbero ricordare l’E.T. di Spielberg, senza mai cadere nella melassa, anche quando l’uno salverà la vita all’altro, rasentando il sacrificio estremo. E se il viaggio di Ryland Grace era di sola andata, l’intreccio della storia porterà ad una conclusione non prevista, lasciando un finale simpaticamente aperto con il nostro anti-eroe tornare a fare il professore ad un gruppo di piccoli alieni di roccia sul pianeta di Rocky.
Alla base del film c’è il romanzo omonimo di Andy Weir, lo stesso autore di The Martian, da cui era stato tratto Sopravvissuto – The Martian (2015), con protagonista Matt Damon. In entrambi i romanzi la Scienza si sposa alla tematica spaziale e l’uomo si ritrova solo di fronte a situazioni estreme più grandi di lui. Lo scarto di Project Hail Mary, letteralmente “Progetto Ave Maria”, proprio per la grande incognita della sua riuscita, risiede nei suoi risvolti da commedia e nell’umanità di tutti i personaggi, che sono alla ricerca di una comunione universale, il cui chiaro messaggio è che solo i legami tra esseri apparentemente diversi possono portare ad una nuova speranza per il futuro di tutti. Persino la rigida dottoressa Stratt, durante la festa prima della partenza della missione, si lascia andare ad un karaoke in cui canta la malinconica “Sign of the times” di Harry Styles, che contiene un po’ l’essenza del film: “Just stop your crying/It’ll be alright…We can meet again somewhere”. La speranza, appunto.
Registi di questo riuscito film, debitore in varia misura di film come Gravity (2013) e Arrival (2016), oltre che a memorie spielberghiane, sono Phil Lord e Christopher Miller, duo creativo dietro a The LEGO movie (2014) e Spider-Man: un nuovo universo (2018), che sanno dare al racconto di fantascienza risvolti umani con venature dolce-amare e momenti da “buddy movie”. Tutto il resto lo fa un ottimo Ryan Gosling, perfettamente in parte nel ruolo di una sorta di nerd un po’ misantropo, con quella faccia “un po’ così”, che diventa vero outsider quando le necessità lo richiedono. Una bravura a cui ci ha da tempo abituato passando da ruoli da commedia come il timido romantico di Lars e una ragazza tutta sua (2007) o il Ken di Barbie (2023) ad altri più intensi come il melanconico protagonista di Blue Valentine (2010), l’autista super cool dello splendido Drive (2011) o il musicista jazz sognatore di La la land (2016). Vale a dire alcuni dei personaggi maschili più belli del cinema americano degli ultimi anni.











