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Hamnet – Nel nome del figlio

Hamnet

HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO
Regia: Chloé Zhao
Anno: 2025

Dopo aver trionfato agli Oscar 2021 con Nomadland, miglior film e miglior regia, la cinese Chloé Zhao torna al cinema con un film in costume carico di sentimenti che parla di vita e di morte. Hamnet – Nel nome del figlio segue la storia dell’origine del capolavoro scespiriano “Amleto”, che affonda le sue radici nel dramma famigliare vissuto dal Bardo e dalla sua consorte Agnes (storicamente Anne Hathaway), che persero il loro unico figlio maschio di appena 11 anni, Hamnet, a causa della peste.

Agnes (Jessie Buckley), carattere schietto e un po’ rude, ha un viscerale legame con la natura – gira voce che sia figlia di una strega dei boschi – conosce il potere guaritore delle erbe e passa le sue giornate nei boschi in compagnia del suo falcone. L’incontro con William (Paul Mescal), che lavora come tutore a Stratford per saldare i debiti del padre, è segnato da subito da una forte attrazione, che lega la dolcezza di lui, promettente scrittore, e l’indole selvatica di lei, misteriosa e solitaria. Arriva presto il matrimonio, riparatore in verità (Agnes è incinta) e osteggiato dalle rispettive famiglie, da cui nascono una prima figlia e in seguito i gemelli Judith e Hamnet.

L’occhio della Zhao si sofferma sulla famiglia, sui legami affettivi tra genitori e figli, mostra momenti realistici e vividi all’interno di casa, i giochi tra fratelli, il padre che torna dal lavoro, il pasto consumato insieme attorno al tavolo in cucina, creando un mondo di sentimenti famigliari in cui ieri come oggi ognuno può riconoscersi. Al di fuori di questo amorevole idillio, c’è però anche lo spettro della Storia dell’epoca, che entra in casa Shakespeare quando Hamnet si ammala di peste. Repentina, irreversibile, si porta via il dolce bambino che allietava la famiglia con la sua tenerezza e il suo sorriso. Impotente qualsiasi rimedio guaritore della madre, che si dispera davanti alla perdita più crudele che un genitore possa affrontare. Da quel momento l’armonia lascia spazio al dolore, all’elaborazione di un lutto che sembra insuperabile soprattutto per Agnes, mentre William, che cerca di andare avanti col suo impegno nel teatro a Londra e viene per questo additato di insensibilità dalla moglie, sublimerà lo squarcio interiore proprio con la scrittura, con la creazione di “Hamlet” (ai tempi variante del nome Hamnet) nel cui celebre monologo “Essere o non essere” è concentrata la sua personale meditazione sulla perdita del figlio e sull’esistenza stessa dopo la morte.

Vita e morte, realtà e teatro, sono due facce della stessa medaglia in un film stilisticamente ineccepibile, fatto anche di colori e calore. Il verde dei boschi e gli alberi dalle nodose radici sembrano abitare e riempire lo schermo, avvolgendo i personaggi come figli nel ventre materno, mentre il calore della casa e della famiglia, gli interni, gli arredi, ricordano certa pittura seicentesca, vibrante di luci e ombre. Merito della fotografia sapiente di Lukasz Zal.

Il materiale della storia è tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice del film insieme alla stessa Zhao, che dà al contenuto, in sé tutto British, un tono fiabesco unito ad un’atmosfera “zen”, che si respira soprattutto nella prima parte.

Notevoli le interpretazioni dei due protagonisti, Paul Mescal (Estranei, Il gladiatore II) misurato, umanissimo e dolente William Shakespeare, e Jessie Buckley (La figlia oscura, Women talking – Il diritto di scegliere), già vincitrice del Golden Globe per questo ruolo e in lizza per l’Oscar come miglior attrice, che dà vita e anima ad una creatura boschiva forte e ancestrale. Una prova pulsante che toccherà gli animi di molti. Forte di 8 candidature agli Oscar, tra cui quella per miglior film e miglior sceneggiatura non originale, Hamnet offre una nuova e inedita immagine del grande drammaturgo inglese, storicamente non in tutto attendibile, ma molto profonda e con risvolti che guardano dritto negli occhi l’uomo di ieri e di oggi.