90210

Regia: Jeff Judah, Gabe Sachs, Darren Star, Rob Thomas
Ideatore:
Rob Thomas
Anno:
2008 – in produzione

Nata come remake dell’arcinota serie adolescenziale Beverly Hills 90210 (Aaron Spelling, Darren Star, 1990-2000), che negli anni novanta ha spopolato in tutto il mondo (6 trofei agli Young artist Award dal 1991 al 1998, 4 nomine ai Golden Globe awards dal 1992 al 1995, una nomina agli Emmy Awards del 1995 e altri fino al 2007), 90210 è una storia ambientata a Beverly Hills (come per altro suggerisce il titolo stesso) che vede come protagonista un gruppo di amici, uniti inizialmente dallo stesso istituto di scuola superiore frequentato durante l’adolescenza, accomunati sempre di più da intrecci amorosi, liti e nuove amicizie.

La serie non conosce un protagonista o un personaggio principale. Il tema dell’amicizia regna sovrano e viene introdotto nell’episodio pilota con l’arrivo, alla West Bev., dei fratelli Annie e Dixon Wilson, interpretati da Shenae Grimes (già in parte famosa grazie a piccoli ruoli come quello in Scream 4 diretto da Wes Craven, 2012) e Tristan Wilds (visto ne La vita segreta delle api di Gina Prince-Bythewood, 2008). Due provincialotti influenzati dalla periferica ed ottusa mentalità del Kansas che nella Hollywood benestante e facoltosa avranno poi l’opportunità di conoscere tantissimi altri personaggi che ben presto diventeranno i loro compagni di vita.

All’uscita della prima stagione questa nuova serie americana si presentava con ottime prospettive: una nuova versione di un telefilm che in precedenza aveva avuto un successo assolutamente fuori dal comune grazie ai temi trattati (droga, adolescenza, sessualità…) non poteva essere altro che un successo altrettanto stupefacente, una sfida molto ardita ma potenzialmente interessante. Personalmente, una volta visto il trailer della primissima puntata, non potevo credere a ciò che stavo guardando: progetto ambizioso, sì, ma di notevole interesse. Ho iniziato quindi a seguire con costanza la serie, puntata per puntata, stagione per stagione, in lingua originale e doppiata: sicuramente non mi si può dire di non aver concesso a Rob Thomas una, due o tre possibilità.

Beh, che dire, se non nelle prime due stagioni, la serie si è rivelata di una banalità impressionante. Banale l’intreccio, la fabula e quant’altro; banale la scelta degli attori (pochi emergenti, alcuni ruderi addirittura ripescati dalla serie originale); banale persino la scelta della colonna sonora, un agglomerato di super hits già sentite migliaia e migliaia di volte.

Soprattutto gli interpreti, purtroppo, ci lasciano delusi e con l’amaro in bocca, primo fra tutti un ingessatissimo Matt Lanter (protagonista del film parodia Mordimi di Aaron Seltzer e Jason Friedberg, 2010) seguito da una bellissima e dal punto di vista canoro molto talentuosa Jessica Lowndes (già introdotta nel mondo delle series grazie a 6 episodi di Greek, la confraternita di Patrick Sean Smith, 2008-2010), che recitano rispettivamente nel classici ruoli del bello e impossibile e della superstar senza valori.
Veramente pochi gli attori che, invece, emergono: tra questi spicca sicuramente una bravissima (oltre che meravigliosa) Jessica Stroup (famosa grazie alla recentissima interpretazione in Ted diretto da Seth Mcfarlane, 2012), che interpreta in modo impeccabile il complicato personaggio di Erin Silver, e Shanae Grimes, scelta per il ruolo di Annie Wilson, di cui l’attrice riesce a mostrare la crescita interiore durante tutte e quattro le stagioni.

Passando alla trama, anche un pubblico distratto noterebbe che solo l’aggiunta di qualche parto e figlio rubato qua e là, qualche tentato suicidio o adolescenziale fuga da casa ogni tanto conferisce un po’ di interesse a poche puntate grazie alla riproposta di quei temi che avevano fatto della serie originale un vero e proprio successo. Ciò che, evidentemente, il series creator non è ancora riuscito a cogliere nell’ideazione della serie è che suddetti temi, purtroppo, non risultano più così scandalosi e mai trattati.

Il risultato è una vicenda banale, avente come obiettivo principale quello di stupire e sorprendere, ma guardando la serie risulta evidente che il tentativo è decisamente fallito.D’altronde, si tratta di argomenti ormai proprosti e riproposti in ogni trito e in ogni salsa: in quale telefilm adolescenziale non si sente parlare di tematiche simili?

Fortunatamente in questo flop generale la serie riserva anche una nota positiva, l’unica: la scelta dei costumi. Grazie ad un ottimo lavoro molto ben studiato rispecchiano la sceneggiatura e il carattere di ogni singolo personaggio al 100%. Perfetti, e mai scontati, soprattutto gli abiti dei personaggi femminili, unico aspetto che dona un tantino di congruenza alla trama, allo sfondo e alla moltitudine infinita di personaggi eccessivamente stipati nei loro ruoli.

In altre parole, 90210 si può descrivere come una very big melting pot di personaggi, vicende, temi ed eventi con successione casuale destinata ad un pubblico adolescente ormai stanco della solita Serena Van Der Voodsen (l’affascinante Blake Lively nota al pubblico adolescenziale femminile soprattutto per il ruolo di Bridget nel film 4 amiche e un paio di jeans 2 di Sanaa Hamri, 2008) e dei miliardi di teen drama ormai troppo visti.

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