Manchester by the sea

Regia: Kenneth Lonergan

Anno: 2016

Non bisogna farsi ingannare dalla locandina che li mostra faccia a faccia con espressione mesta: Manchester by the sea non è una tormentata storia d’amore tra Casey Affleck e Michelle Williams. Siamo piuttosto di fronte ad una riflessione sulla vita di un uomo che deve fare quotidianamente i conti con la propria esistenza e col proprio pesante passato.

factotum di un palazzo: quando c’è una riparazione da fare o uno scarico da liberare, Lee è sempre disponibile. Lavora bene ed è di poche parole. Vive in un piccolissimo monolocale, non ha amici e non ha una vita sociale, se si esclude qualche bevuta solitaria al pub.

In seguito alla morte del fratello maggiore, deve tornare per qualche giorno al paese d’origine, Manchester by the sea, una piccola località sul mare. Apprende così che il fratello lo ha nominato nel testamento tutore del nipote sedicenne, Patrick (Lucas Hedges), ora rimasto completamente solo dopo che la madre aveva lasciato la famiglia anni prima per problemi d’alcool. Ma per Lee questo è un impegno troppo grande, nonostante voglia bene al nipote, e passa un breve periodo con lui e con la sua quotidianità di adolescente, meditando sulla decisione da prendere.

Il film è attraversato da continui flashback che s’intrecciano col presente e definiscono sempre meglio la situazione attuale: Lee è stato sposato, ha avuto una famiglia e dei figli, una vita come tanti, fatta di amici, amore e affetti. Un giorno, per una sua disattenzione e complice il destino, la casa prende fuoco, portandosi via i figli, ma risparmiando miracolosamente la moglie, che, incapace di affrontare la tragedia, abbandona Lee e si rifà una vita. Lee pertanto vive quotidianamente il peso del senso di colpa e dell’abbandono e lo tampona con una sorta di autopunizione, infliggendosi una vita alla deriva della tristezza.

Kenneth Lonergan è regista e sceneggiatore che scava nei personaggi senza compromessi, prendendosi i suoi tempi, rallentando lo sviluppo della storia per far emergere il vissuto e la complessità dei protagonisti. Forse anche per questo personale approccio al cinema, di derivazione teatrale – sua originaria formazione – Lonergan non ha sempre avuto vita facile con le major e non sarà un caso se nell’arco di 15 anni circa ha realizzato solo tre film, tutti legati da un filo rosso.

Il suo primo lavoro, Conta su di me (2000), è la storia di due fratelli orfani, interpretati da Laura Linney e Mark Ruffalo, che si ritrovano dopo anni a dover intrecciare le loro diversissime vite e i loro legami affettivi, mettendo in discussione passato e presente. Già qui emerge il tema famigliare, come nucleo della storia, e il legame tra zio e nipote. Indipendente e di nicchia, il film ottiene due nomination all’Oscar: per la Linney e per la sceneggiatura dello stesso Lonergan. Risale al 2005, ma per contrasti sul montaggio finale viene distribuito solo nel 2011, Margaret, dove una giovane (Anna Paquin) deve fare i conti con la propria coscienza e con le persone che la circondano, dopo aver provocato involontariamente la morte di una donna. Questa volta il film, troppo lungo nonostante i tagli imposti dalla distribuzione, non attira l’attenzione della critica e del pubblico. In mezzo a questi due lavori Lonergan firma la sceneggiatura di Gangs of New York (2002) di Martin Scorsese, che da sempre ha sostenuto il talento del collega per la sua capacità di capire l’intima psicologia delle persone e di creare personaggi profondi.

E’ questa, del resto, la caratteristica principale anche di Manchester by the sea, basato su personaggi autentici e complessi, che intreccia presente e passato, senza cercare facili colpi di scena, ma lasciando che la storia si insinui poco per volta sotto la pelle dello spettatore. Sullo sfondo ci sono sempre i legami famigliari, il dover affrontare delle dolorose fratture e la difficoltà di rimettere in sesto il passato.

Il tono della narrazione è sommesso, rigoroso, a tratti dolente, ma mai patetico, e affronta con pudore i sentimenti dei personaggi. Le note di musica sacra che accompagnano la storia contribuiscono a creare una “gravitas” rattenuta e composta, quasi rispettosa dell’equilibrio formale della pellicola.

Il film ruota principalmente attorno a Lee e il suo interprete Casey Affleck (Gone baby gone, Il fuoco della vendetta, Codice 999) si adatta perfettamente allo stile narrativo della pellicola con una recitazione sottotono, che lavora per sottrazione. Quello sguardo vuoto, sconfitto, e l’espressione in bilico tra il rassegnato e l’indifferente – già sfoggiata in memorabili ruoli ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (Andrew Dominik, 2007) e in The killer inside me (Michael Winterbottom, 2010) – si mimetizza con la storia, rendendo la presenza dell’attore quasi una non-presenza per la sua capacità di vivere in modo naturale e vero il personaggio. E la sceneggiatura pare scritta su misura per le qualità interpretative di Affleck, affidandogli un personaggio da Oscar, meritatamente arrivato all’ultima edizione 2017 degli Academy Awards come miglior attore protagonista.

Lo affiancano una dolente Michelle Williams (I segreti di Brokeback mountain, Blue Valentine, Marilyn), in un piccolo ma intenso ruolo, che deve aver convinto l’Academy a darle una nomination come miglior attrice non protagonista, e il bravo Lucas Hedges (The Zero theorem), finora poco noto ai più, che nel ruolo del nipote adolescente intreccia un articolato rapporto con Lee, che cresce d’intensità nel corso della storia. Anche per lui una nomination come miglior attore non protagonista.

Le altre candidature sono arrivate come miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura originale, che si è tradotta in Oscar, andato Kenneth Lonergan per una “partitura” scritta con sensibilità e misura e soprattutto non disposta a scendere al compromesso del lieto fine a tutti i costi. Anche in questo sta il valore di una sceneggiatura preziosa, lontana dai cliché del cinema americano e coraggiosamente premiata dai membri dell’Academy.

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