Un giorno devi andare

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Un giorno devi andare - locandina e fotoRegia: Giorgio Diritti
Anno: 2013

 Il nuovo film di Giorgio Diritti parla direttamente all’anima.
Lo fa attraverso una storia semplice, ma al contempo densa di spiritualità.

Un viaggio iniziatico, un’elaborazione del lutto, un percorso alla scoperta di sé: Un giorno devi andare è tutto questo e molto di più, ma si situa quasi sul terreno dell’impalpabile e dell’inafferrabile, come il significato del dolore di cui la vita è costellata e che però ognuno deve tentare di trovare. Come la protagonista del film, Augusta (la Jasmine Trinca de La stanza del figlio (Moretti, 2001), La meglio gioventù (Giordana, 2003), Il caimano (Moretti, 2006)), che deve dare un senso alla perdita del figlio che portava in grembo e al conseguente abbandono da parte del marito. Per questo non è facile esprimersi a parole su questo film. E’ come se esso parlasse un linguaggio altro rispetto a quello verbale. Al suo terzo lungometraggio, Diritti realizza quello che è forse il più cinematografico dei suoi film: le inquadrature meravigliose al servizio della potenza (anche visiva) della natura invitano lo spettatore, ma non lo immergono completamente proprio perché lo chiamano sia verso una realtà altra rispetto a quella che vive quotidianamente sia, soprattutto, verso il proprio mondo interiore; è lui che deve rispondere, è lui a dover decidere se accettare l’invito all’introspezione.

Da una parte, dunque, emerge la concezione del cinema come finestra sul mondo, tipica visione di un documentarista quale è per formazione Giorgio Diritti; dall’altra quella artistica nel senso più puro del termine, che deve cioè spingere a una catarsi, a un rinnovamento.

La storia di Augusta è lo strumento che il regista e la sceneggiatrice Tania Pedroni hanno scelto per offrirci questa catarsi che – evento interiore – non ha bisogno del linguaggio verbale. Questa è la ragione per cui anche in questo film Diritti non si affida al doppiaggio delle lingue non italiane: l’alterità di una lingua rappresenta l’alterità della cultura e proprio il dialogo inter-culturale è uno dei temi cari a Diritti. Il portoghese riprende e amplia qui la funzione che l’occitano e il dialetto emiliano/romagnolo avevano rispettivamente ne Il vento fa il suo giro (2005) e L’uomo che verrà (2009). Se però nel debutto cinematografico di Diritti la lingua era uno strumento per esplorare il tema dell’apertura/chiusura di una comunità verso l’esterno, e nel film sull’eccidio di Monte Sole il dialetto innalzava la genuinità e la positività della comunità dei protagonisti, qui la lingua straniera diventa un elemento che va conosciuto, è la chiave per comprendere usi e costumi differenti e per attuare un vero e proprio scambio culturale. A differenza dei suoi film precedenti, infatti, qui il regista ci mette dalla parte del singolo che si trova ad interagire con una comunità portatrice di valori differenti dai suoi e ne analizza le varie modalità di interazione.

All’inizio del suo viaggio in Brasile, Augusta legge Attesa di Dio della filosofa e mistica Simone Weil e segue suor Franca, un’amica della madre, che cerca di evangelizzare gli Indios. Pur se lo spunto per la realizzazione del film è venuto a Diritti, oltre che da esperienze precedenti in Brasile, dalle letture del missionario Augusto Gianola (il nome della protagonista non è dunque casuale), il suo sguardo su questa modalità di interazione è ambivalente: positiva quando considera il lavoro di educazione svolto dalle missionarie, più cauta verso l’essenza strettamente religiosa dell’opera (la conversione quasi forzata) e verso le sue derive opportunistiche (il finanziamento degli speculatori italiani per la costruzione della chiesa come mezzo per ottenere il nulla osta alla costruzione dell’albergo). Sarà questa diffidenza che Augusta finirà per incarnare quando si renderà conto dell’assurdità dell’imporre i sacramenti a persone che non li capiscono.

Ecco dunque che Augusta decide di trovare un modo autonomo di relazionarsi con l’altro: si trasferisce a Manaus e si inserisce nella comunità locale attraverso il lavoro e la graduale riscoperta della gioia di vivere, con la quale contagia il villaggio.

La dinamica relazionale tra mondi diversi è mostrata lungo il film in tutta la sua ambiguità. I valori non sono assoluti ma sempre da contestualizzare e nulla è completamente positivo o completamente negativo (eccetto forse la vendita di un figlio): la natura è meravigliosa ma anche terribile (“Qui è tutto così grande e potente, così violento”); la comunità accoglie il singolo, per poi ripudiarlo se non si assimila (“Non sei dei nostri. Guarda come ti vesti: non sembri neanche una donna”); gli Indios si lasciano convertire dai missionari cattolici, ma sono affascinati dai predicatori americani…

Per Augusta la ricerca di sé non finisce nemmeno nella nuova comunità: nonostante le nuove amicizie e il senso che sembra aver trovato alla sua vita, Augusta si rende conto che ha bisogno d’altro. Realizza che la cosa più importante è preservare la propria identità e che la reazione più giusta al dolore non è adattarsi alle esigenze del mondo (o del marito, o anche della vita stessa), ma trovare un luogo dove l’essere sé stessi consenta il pieno appagamento.

Ecco perché si rimette di nuovo in viaggio, in totale solitudine. Anzi, no: in compagnia della natura e di sé stessa. Il finale aperto, accompagnato dal viaggio in Italia dell’amica Janaina per elaborare il lutto della perdita del figlio, illustra, mostra (intenzionalmente non dico “spiega”) perché Un giorno devi andare.

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Laureato in "Storia e critica del cinema" al DAMS di Bologna e specializzatosi nella stessa Università in "Cinema, televisione e produzione multimediale", delinea la sua attività professionale nell'ambito del videomaking e della critica cinematografica. In qualità di critico cinematografico, dopo aver scritto per "Il Melegnanese" e "Microonde", è ora redattore e supervisore di Cinemacritico.it, prosegue con la rubrica di videorecensioni "Scelto per voi" da lui ideata per la webtv di Melegnano (www.melegnano.tv) e pubblica articoli e recensioni di film, serie tv, libri e spettacoli teatrali sul suo blog (www.myplaceintheweb.wordpress.com). Come regista ha realizzato il video con Valentina Cortese "Magnificat", uno spettacolo di poesia e musica su testi di Alda Merini. Oltre a realizzare riprese e montaggi di video di varia natura, si sta specializzando in prodotti fortemente legati all'ambito musicale: un documentario sul Primo Corso Internazionale di Musica Antica tenuto a Tel Aviv nel 2010, alcuni videoclip (è il regista ufficiale dei video dell’ensemble Polypop e ha collaborato con il James Thompson Project), promo e video di spettacoli e concerti. Diversi suoi lavori sono visibili sul suo canale youtube, "Alessandro Guatti” e sull'omonimo canale Vimeo.

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