Troppo amici

Regia: Olivier Nakache, Eric Toledano
Anno:
2009

Alain è un trentacinquenne ex-animatore di villaggi, eterno sognatore senza un lavoro fisso. Padre di due figli e sposato con la bella Nathalie, assieme a tutta la scombinata famiglia di lei: il cognato Jean-Pierre, con l’irritante moglie Catherine e la figlia modello Gaëlle. A cui si aggiunge l’isterica cognata Roxane, che rimorchia al volo il giovane medico Bruno e lo trascina ad una cena con tutti i congiunti. Bizzarra riunione di parenti-serpenti, in cui emergono reciproci odi, conflitti, rivalità e invidie che costringeranno ognuno a fare i conti con i problemi della vita di famiglia.

Da qualche tempo, al cinema, prosegue il periodo d’oro della commedia francese, in patria come all’estero. Ecco spiegato il tempestivo ripescaggio di questo Troppo Amici (“Tellement proches”), film dell’affiatata coppia di registi Nakache-Toledano. Che precede in ordine di tempo il loro enorme successo internazionale Quasi Amici (“Intouchables”, 2011), ma furbamente viene proposto solo ora sugli schermi nostrani, quasi ne fosse un seguito (a partire dal titolo). Meraviglie della distribuzione italiana.

Ciò premesso, il film è un’effervescente e divertita messa in scena della classica famiglia disfunzionale, dei problematici rapporti tra i suoi membri, ognuno disastrato per qualche motivo. In cui, dietro al sottile velo di cortesia e buone maniere di facciata, si annidano tensioni e rancori mai veramente sopiti.

Lo spunto narrativo di partenza utilizza il classico topos della cena tra parenti/amici. Per irridere i falsi rituali e il progressivo deragliamento delle relazioni familiari. Sempre con leggerezza ironica. Senza mai prendersi troppo sul serio.

Uno schema ormai consolidato in molte commedie d’oltralpe (da La cena dei cretini, “Le diner des cons”, Francis Veber, 1998, a Pranzo di Natale, “La bûche”, 1999, fino al recente Cena tra amici, “Le prénom”, 2012).

Uno modo per riflettere su un fenomeno tutto contemporaneo: le crisi affettive e d’identità della generazione dei trenta-quarantenni, bamboccioni impenitenti spaventati dal proprio futuro (il protagonista Alain sicuramente, ma si pensi anche al disorientato gruppo di coetanei di Piccole bugie tra amici, “Les Petits mouchoirs”, Guillaume Canet, 2010).

Nakache e Toledano riprendono l’analisi dei difficili rapporti padre-figlio, in parte già materia costitutiva del loro film d’esordio Primi amori, primi vizi, primi baci (“Nos jours heureux”, 2006): anche lì la storia di un capo-animatore non più giovanissimo (come Alain) che deve trovare la sua strada. Staccandosi dalla figura paterna, tagliando il cordone delle illusioni, per affrontare finalmente la realtà.

In Troppo Amici troviamo padri che non vogliono crescere, che giocano a fare i ragazzini (Alain). E bambini cresciuti invece troppo in fretta (Gaëlle, poliglotta e polistrumentista a soli sei anni, sotto le pressioni di mamma e papà). Genitori grossolanamente infantili e immaturi e figli fin troppo adulti e compassati. Adolescenza prolungata e infanzia bruscamente accelerata.

Segnali inequivocabili di una società-famiglia che assiste alla disgregazione dei ruoli tradizionali.
I padri non sono veri padri. Piuttosto degli amici, complici delle esuberanze dei figli (Alain che perdona ogni bravata allo scalmanato Lucien). Nemmeno i nonni vogliono essere riconosciuti come tali (“Non chiamarmi nonno” continua a ripetere al nipote il vecchio Prosper).

A guardar bene, Prosper e Alain, padre e figlio, sono entrambi genitori che rifiutano di invecchiare senza rinunciare agli slanci amorosi della gioventù: Alain tenta di far colpo sulla baby-sitter, mentre Prosper, barbiere in pensione, va a rimorchiare con gli amici con tanto di parrucchino e finta forfora sulle spalle (“Così i capelli sembrano veri”).

E le madri/mogli? Impotenti di fronte alla prole indomabile, come Nathalie (Isabelle Carrè, la timida cioccolataia di Emotivi anonimi, “Les Èmotifs anonime”, Jean-Pierre Améris, 2010). O pedanti nevrotiche che asfissiano i figli con mille impegni, come Catherine.

Il film è un curioso esercizio di prossemica. Si misurano distanze (come fanno alcuni personaggi stimando la lunghezza di mobili e neonati con un metro). Si valutano gesti, parole e comportamenti umani. Si studiano rapporti di prossimità (come indica il titolo originale, letteralmente “Troppo vicini”). Di avvicinamento o allontanamento tra persone, coppie e culture. Per ribadire la cauta diffidenza che spesso ci accompagna nel contatto con il diverso, il bizzarro, l’estraneo, sia esso uno sconosciuto o un familiare (temi poi ulteriormente approfonditi in Quasi Amici).

Mentre invece è fondamentale l’accettazione delle diversità. L’incontro e la convivenza tra persone, caratteri, storie ed etnie agli antipodi. Non a caso, per le due famiglie del film, l’armonia giunge solamente dopo l’accoglienza tra le mura domestiche di alcuni pakistani senza casa e di un gruppo religioso ebraico.

Lo stile dei due registi è imperniato su una messinscena essenziale. Con un uso efficace del montaggio, che coinvolge e rende spigliata la narrazione, e con la macchina da presa sempre puntata addosso agli attori.
Spumeggiante commedia ad alto ritmo, che vive di dialoghi briosi e battute al vetriolo. Merita la visione.

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