The Wedding Party – Un matrimonio con sorpresa

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The Wedding Party - Un matrimonio con sorpresa

Regia: Leslye Headland
Anno: 2012

Tre donne si ritrovano per il matrimonio dell’amica Becky, la meno attraente del vecchio gruppo di liceali, che per prima sta per convolare a nozze. Tra la festa e i preparativi per la cerimonia, emergono rancori e tensioni sopite, che degenerano, in una notte di trambusti, nel tentativo di riparare l’abito nuziale rovinato.

La giovane Leslye Headland esordisce nel lungometraggio adattando la sua pièce teatrale di successo Bachelorette (anche titolo originale della pellicola). Il film è una wedding comedy che si situa all’incrocio tra il romanticismo sentimentale e la commedia becera e scorretta, sul prototipo al maschile di Una notte da leoni (“The Hangover”, Todd Phillips, 2009) e su quello al femminile del recente Le amiche della sposa (“Bridesmaids”, Paul Feig, 2011). Il risultato è un film a tratti divertente, ma in definitiva scontato.

La narrazione non riesce ad essere dissacrante quanto vorrebbe nei confronti del matrimonio, dei suoi riti e luoghi comuni, e delle dinamiche di coppia. Al contrario si finisce per ribadirne il valore, in modo banale e prevedibile, con le volgarità che vengono addomesticate man mano che ci si avvicina all’happy end. Non mancano battute scurrili e dialoghi scoppiettanti a sfondo sessuale (impagabile la teoria sulla fellatio offerta da una delle protagoniste), con il vestito della sposa che si strappa e si sporca di ogni tipo di liquido corporeo. Si tratta tuttavia di eccessi fintamente trasgressivi, che non disturbano la morale conciliante di fondo: cercare il principe azzurro da condurre sull’altare e amare per sempre.

Il ricorso a situazioni e personaggi stereotipati è eccessivo. Alcune scene sanno di già visto: i discorsi in pubblico durante il ricevimento con rivelazioni-gaffe in materia erotica, l’immancabile tour al night-club, la consueta corsa contro il tempo per riparare al danno e salvare la cerimonia (di ben altro ritmo erano le peripezie demenziali di American Pie – Il Matrimonio, “American Wedding”, Jesse Dylan, 2003).

Le protagoniste potrebbero incarnare precarietà, disagi e insicurezze (si autodefiniscono “le scoppiate”) della controparte in rosa dei cosiddetti young adults, trentenni confusi e immaturi alle prese col dilemma di che fare della propria vita. Mentre invece rimangono imprigionate in una serie di tipologie femminili troppo convenzionali, se non superate. La bella, raffinata e composta, un po’ perfettina ed isterica (la Regan di Kirsten Dunst). La sboccata, cinica e disillusa che passa da un letto all’altro (la Gena di Lizzy Caplan). L’ingenua infantile, un po’ stupidotta, con un forte appeal sessuale (Katie, una Isla Fisher perfettamente a suo agio in questi ruoli fin da 2 single a nozze, “Wedding Crashers”, David Dobkin, 2005). Per finire con l’obesa bruttina che trova riscatto in amore. Una specie di romanzo rosa imbrattato, uno scenario, per usare le parole di Gena, da “Jane Austen fatta di crack”.

Non basta aggiungere sofferenze e traumi in serie (chemioterapia, bulimia, aborto) per dare spessore e profondità psicologica alla storia. Anche sul fronte maschile siamo di fronte ai cliché più abusati. C’è il belloccio di turno un po’ spaccone, a cui bastano qualche parolina introspettiva e una citazione storica per andare a segno (lo interpreta il James Marsden di 27 volte in bianco, “27 Dresses”, Anne Fletcher, 2008). L’imbranato dal cuore d’oro che salva l’amata. Il fidanzato dolce ma insicuro, che prima scappa dalle responsabilità e poi ritorna pentito. Basta incastrare gli uni alle altre, aggiungere trivialità assortite e il gioco è fatto. O forse no.

La cosa interessante è che gli stessi personaggi sembrano aderire consciamente a determinati ruoli codificati da un preciso immaginario televisivo, cinematografico e musicale caratteristico dei primi anni Novanta. Gena suddivide gli uomini in due categorie, fedele ai modelli della popolare serie tv Beverly Hills 90210 (Aaron Spelling e Darren Star, 1990-2000), fonte di ispirazione anche per Katie (“Ero così ubriaca che pensavo di essere in una puntata di Beverly Hills”). Vengono citati il cult giovanile Fusi di Testa (“Wayne’s World”, Penelope Spheeris, 1992) e lo strappalacrime Papà, ho trovato un amico (“My Girl”, Howard Zieff, 1991). In sottofondo, la famosissima hit pop “I’m gonna be (500 miles)” dei Proclaimers, inno all’amore senza confini. Un pezzo che Gena, non a caso, riascolta su musicassetta.

Nel film si parla dei tag di Facebook, di Steve Jobs e dell’ I-Pad, ma l’esercizio di nostalgia è affidato a un vecchio stereo, che riporta a ricordi lontani e affettuosi. A un passato forse più sereno. Un’adolescenza rimpianta in cui era possibile essere amici sinceri, mandare tutto e tutti a quel paese per seguire i propri i sogni. Una nota amara e intimista che in parte risolleva le sorti del film.

Consigliato ai fan delle commedie matrimoniali.

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