Principessa Mononoke

princRegia: Hayao Miyazaki
Anno: 1997

Quando nel 1997 uscì nei cinema giapponesi, Principessa Mononoke (Mononoke Hime) lasciò sorpresi tutti i fan di Hayao Miyazaki. Il papà di Heidi, Totoro e Kiki abbandonava i toni delicati e fanciulleschi delle sue storie per affrontare un complesso affresco sullo scontro tra Bene e Male, tra amore e odio negli antichi tempi del Giappone medievale.

In realtà il maestro non era del tutto nuovo a storie  rivolte più ad un pubblico adulto che di bambini, Nausicaa della valle del vento (Kaze no tani no Naushika, 1984) rappresenta un importante antecedente, ma non si era mai spinto così oltre per forza del racconto e di immagini. Braccia mozzate, teste che cadono, scontri di sanguinosa violenza fra enormi bestie e uomini. La fiaba di un’epoca lontana si univa ad un crudo realismo adulto.

Il film ebbe notevole successo in Giappone e fu la pellicola più vista di quell’anno. Successivamente venne distribuito un po’ in tutto il mondo; da noi uscì nel 2000, riportando finalmente al cinema, dopo anni di silenzio, l’animazione giapponese. Ora, dopo quattordici anni, quel film torna sugli schermi italiani con un nuovo doppiaggio più fedele all’originale e che restituisce al finale sfumature meno consolatorie rispetto alla prima edizione.

Il film è senza dubbio uno dei capolavori di Miyazaki e narra l’amore impossibile tra Ashitaka, un giovane principe guerriero alla ricerca di guarigione da una maledizione, e San, la cosiddetta Principessa Mononoke (letteralmente “spettro”), che, rivestita di pelli bianche, lotta a fianco dei lupi che l’hanno cresciuta contro gli uomini di un villaggio che produce ferro e la loro cieca ambizione nel voler distruggere la foresta in cui abita con gli altri animali.

Il tema ecologista, sempre caro al regista nipponico, è al centro della pellicola, ma questa volta ha risvolti molto drammatici. L’uomo sta mettendo a repentagliprinc2o l’equilibrio della natura, incurante del grande Spirito che la mantiene in vita e la alimenta, e gli animali vogliono salvare il loro mondo dalla distruzione. Inizia così una cruenta lotta tra gli uomini del villaggio, guidati da Lady Eboshi, padrona dello stabilimento del ferro, e i bellicosi e giganteschi cinghiali della foresta, inconsapevoli che gli uni e gli altri provocano con il loro agire l’accrescersi di una macchia sempre più nera, quella dell’odio e della rabbia, che cancella i contorni della ragione e del buon senso.

La vita è amore, equilibrio, e la natura ha in sé questi elementi vivi e pulsanti, nei quali l’uomo deve inserirsi con rispetto e armonia per essere un tutt’uno.  Solo così i colori della natura potranno ancora stendersi sulla terra e far nascere i fiori dove un tempo dilagavano il sangue e l’orrore delle armi.

Con grandi scene d’azione, un ritmo narrativo incalzante e suggestive soluzioni visive il film regala personaggi memorabili, su tutti la giovane e fiera San, incapace di comprendere le ragioni dell’uomo, e il principe Ashitaka, cuore nobile e puro pronto a mettere a repentaglio la propria vita per gli altri. Il suo amore per San dapprima scuote la ragazza, che pare prendere coscienza non senza smarrimento della propria natura umana, poi la avvicina sempre più, anche se le loro vite resteranno per sempre separate, perché appartenenti a due mondi diversi. Il finale col nuovo doppiaggio, che innalza il registro linguistico di tutti i dialoghi rispetto alla precedente versione, chiarisce la scelta dei due giovani di vivere pacificamente ognuno nel proprio ambiente e San torna nelle foreste coi fratelli lupi, pur sapendo che Ashitaka sarà sempre legato a lei e pronto a rivederla quando lei vorrà.

princ3Secondo Miyazaki “non ci può essere un fine nello scontro tra gli uomini e le divinità infuriate. Eppure, anche nel mezzo dell’odio e delle uccisioni, possono esserci cose per cui vale la pena di vivere. Come un incontro meraviglioso o una persona splendida”.

In attesa dell’ultimo film del maestro, Si alza il vento (Kaze Tachinu), quello che a detta di Miyazaki stesso segnerà il suo ritiro, poter (ri)vedere questo gioiello dell’animazione al cinema è un’occasione unica non solo per i fan degli anime, ma per chiunque voglia vedere un ottimo film, sorretto da una solida sceneggiatura che regge senza perdere colpi due ore abbondanti di narrazione e una suggestiva fotografia d’autore (Atsushi Okui).

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