Piccole donne, recensione critica del film del 2019

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Piccole Donne 2019Regia: Greta Gerwig
Anno: 2019

Cambiano le mode e i tempi, ma la storia delle quattro sorelle March continua ad affascinare generazioni di giovani (e non solo) e torna al cinema in una nuova, personalissima versione. Rivive così sul grande schermo il classico di Louisa May Alcott con le aspirazioni e i sogni delle piccole donne che vivevano a Concord, Massachussetts, all’epoca della guerra civile americana, con il padre al fronte e la risoluta madre sempre pronta ad insegnare la generosità verso il prossimo, anche in tempi di difficoltà economiche. Tornano la volitiva Jo (Saoirse Ronan) alle prese con i suoi racconti e con la sua voglia d’indipendenza e anticonformismo, la vanitosa Amy (Florence Pugh), la saggia Meg (Emma Watson) e la dolce Beth (Eliza Scanlen), sfortunato angelo del focolare domestico.

La novità di questa ennesima pellicola risiede innanzitutto nell’impostazione temporale della storia, perché si sviluppa tra continui flashback che si sovrappongono al presente, quando Jo, ormai venticinquenne, è a New York a lavorare come insegnante e in cerca di successo come scrittrice. I momenti più noti del romanzo vengono continuamente richiamati attraverso i suoi ricordi, quando deve tornare a casa per le gravi condizioni della sorella Beth. Jo è il fulcro del film, il personaggio a cui evidentemente la regista Greta Gerwig è più legata e nella quale più si identifica: è Jo che deve fare i conti col diventare grandi, che respinge un fidanzamento nel quale non crede ed è sempre lei che deve scendere a patti con le disillusioni e con i compromessi, come quando di fronte all’editore cede al finale alla moda per il suo romanzo, il matrimonio. Ossia il finale perfetto per una donna dell’epoca. Restano più marginali in questa versione la definizione dei caratteri delle altre sorelle e alcuni episodi chiave del romanzo, che vengono tagliati o riassunti in modo estremamente veloce nei flashback.

Nuova è invece la riflessione sul crescere e il diventare grandi, quando si esce dal nido famigliare e si devono affrontare scelte e fare i conti con l’età adulta, guardando con delicata nostalgia agli anni della giovinezza.

Più che in ogni altra versione, la ricostruzione d’epoca è qui sfavillante: costumi, scenografie, interni sono tutti ricchi di minuziosi dettagli e ogni inquadratura sembra la colorata illustrazione di un romanzo d’epoca. C’è la calda atmosfera natalizia, il sontuoso ballo delle debuttanti in società, una brulicante New York ottocentesca, la stazione ferroviaria di Concord illuminata nel buio e raggiunta freneticamente da Jo per fermare la partenza del professor Bhaer (Louis Garrell), in una delle scene più vibranti del film.

Dopo Lady Bird (2017), la Gerwig prosegue nella sua esplorazione del mondo femminile e dell’ingresso nella realtà degli adulti, mostrando come in ogni epoca i grandi e piccoli problemi generazionali siano in fondo quelli di sempre. Quale delle diverse trasposizioni cinematografiche sia la più riuscita è difficile dirlo, visto che si sono misurati col questo classico molti registi e grandi attrici, come Katherine Hepburn nel film di George Cukor del 1933, June Allyson e Liz Taylor nella versione di Mervyn LeRoy del 1949, forse quella più passata in tv, e in anni più recenti Winona Ryder nella declinazione proto-femminista di Gillian Armstrong (1994).

La moderna Jo interpretata da Saoirse Ronan (Lady Bird, BrooklynThe way back) brilla di luce propria e non sfigura al confronto con le precedenti interpretazioni, mentre alcune scelte di casting non sono probabilmente tra le più azzeccate, come la scelta di affidare alcuni ruoli a pur bravi interpreti,  Laura Dern (Cuore selvaggio, The master, Storia di un matrimonio) nei panni di una poco credibile mamma o il giovane Laurie che ha il volto troppo imberbe di Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome). Menzione a parte per la solita bravura di Meryl Streep, qui interprete della ricca e brontolona zia March, che sprona le nipoti ad un matrimonio di convenienza.

Piccole donne è stato candidato a sei premi Oscar, tra cui miglior film, migliore attrice protagonista (Saoirse Ronan) e sceneggiatura non originale scritta dalla stessa Gerwig, aggiudicandosi la statuetta per i migliori costumi.

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