Mi rifaccio vivo

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Mi rifaccio vivoRegia: Sergio Rubini
Anno: 2013

L’idea non è originale, in mezzo secolo e più di cinema era stata già usata ad esempio da Blake Edwards (Switch-Nei panni di una bionda,1991), prima ancora da Frank Capra (La vita è meravigliosa,1946), e con le dovute analogie potremmo accostarvi anche il Lubitsch de Il cielo può attendere (1943).

La storia è il classico ritorno sulla terra di un uomo che muore per risolvere i conti in sospeso prima del meritato paradiso. Ma a parte l’idea, è lo sviluppo del film che non convince del tutto. Rubini ormai alla sua decima regia strizza l’occhio a diversi generi: dalla commedia degli equivoci, alla commedia brillante holliwoodiana, a Woody Allen, ai già citati Edwards e Capra.

Alla commedia degli equivoci stile Totò e De Filippo, con un Solfrizi nei panni di Dennis Rufino, un guru del marketing con atteggiamenti anche inconsapevoli che lo avvicinano alla figura di Peppino. Se in futuro qualche regista dovesse fare un film su Peppino De Filippo, il protagonista non potrebbe essere altri che lui.

Solfrizzi strappa sorrisi qua e là con la sua faccia e le sue smorfie, gli interrogativi che si leggono sulla sua fronte, rubando il cibo dagli altri piatti come da copione della più classica commedia dell’arte poi mutuato nella commedia all’italiana. Impeccabile comunque, nonostante la scarsa cifra comica del copione.

Pasquale Petrolo interpreta Biagio Bianchetti, l’imprenditore sempre all’ombra di Ottone (Neri Marcorè) che si suicida maldestramente e poi viene rispedito sulla terra in quanto titolare di un bonus, da cui si evince qualche piccola crepa nella sceneggiatura, curata da Carla Cavalluzzi, Umberto Marino e lo stesso Rubini.

Alla commedia holliwodiana ci si rivolge per l’aspetto buonista e tenerone, cercando l’accomodamento di tutti i mali e i misfatti del mondo, con citazioni di meccanismi ed intrecci già visti. Il regista l’ha definito un film sulla pacificazione, frase che suona quasi come una excusatio preventiva.

Infine in molte scene, l’occhiolino lo fa Woody Allen, come quando Margherita Buy (Virginia) e Neri Marcorè (Ottone), sono in macchina e cercano uno scambio amoroso, con un dialogo che via via diventa surreale e per un momento si ha l’impressione che la Buy questa volta possa interpretare un personaggio diverso da se stessa.

Ci sono molte buone idee, Marx che assume un ruolo importante nel posto dove meno te lo aspetti, con una stilettata agli imprenditori senza scrupoli e agli sfruttatori delle classi meno abbienti, che esistono ancora oggi anche se si fa finta che non sia così. Ci sono le incursioni dello stesso Rubini, fantastico in ognuno dei personaggi anche piccoli che interpreta, e del resto con quella faccia e quella mimica potrebbe fare qualsiasi cosa.

Per il resto il cast ben assortito promette molto ma mantiene poco. Solfrizi, già citato è impeccabile, mai sopra le righe, mai fuori posto, tiene il film da solo ed oscura un Marcorè che non convince del tutto.

Margherita Buy ha dei picchi decisamente interessanti ma poco sfruttati. C’è una bellissima  e sensualissima Valentina Cervi, decisamente in parte. Gian Marco Tognazzi con un ottimo siciliano è pennellato decisamente bene e ben calibrato. Vanessa Incontrada è misurata e triste, come in La cena per farli conoscere (2006) di Pupi Avati, nel senso che pare faccia lo stesso ruolo. 

Quasi stucchevole il finale, peccato che il regista non abbia scelto di lasciare un po’ di spazio all’immaginazione e tagliare il film sulla scena del cornicione, la quale anche visivamente cita l’ America, come nel caso specifico della foto Pranzo in cima al grattacielo, in questo caso sarebbe potuto essere Sigaretta in cima al cornicione.

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