Maps to the Stars

Regia: David Cronenberg

Anno: 2014

E’ in scena la tragedia greca. Made in Hollywood. E anche un po’ di Shakespeare. Morti ammazzati, fantasmi e traditori in abbondanza. Ma ai tempi dello star system.

Cronenberg, dopo il soporifero Cosmopolis del 2012, con Maps to the Stars gratta il fondo del barile della moderna famiglia americana. Non quella comune, ma la famiglia vip. Sesso, bugie e videotape? No, molto peggio. Sesso, bugie, droghe, ossessioni, incesti, omicidi e suicidi. Boom! Una bomba, ma talmente tanto densa di marciume da diventare surreale e a tratti comica.

Al centro della storia i Weiss: Stafford Weiss (John Cusack) padre psicologo da salotti televisivi alla Barbara D’Urso, Christina Weiss (Olivia Williams) madre isterica, amministratrice della fortuna di famiglia e della carriera del figlioletto attore, e, ultimo ma non ultimo, Benjie Weiss (Evan Bird), l’enfant prodige, un tredicenne che attira gli schiaffi da lontano, divo consumato e stronzo – pardon – da oscar.

Il tragitto lungo la mappa delle stelle vede anche un pit stop in casa di Havana Segrand (Julianne Moore), attrice ormai sul viale del tramonto, non più giovane, forse mai stata di grande talento, ma con tutte le nevrosi e i vizi di una grande interprete. “Mi serve una nuova schiavetta” dice un giorno alla sua agente. Ed eccola che arriva, l’assistente-tuttofare-serva Agatha (Mia Wasikowska), dal passato nebuloso e sfigurata nel corpo e nell’anima da un misterioso incendio.

Agatha sembra essere il collegamento tra Havana e i Weiss, un deus ex machina che innescherà il processo di combustione – nel vero senso del termine – tra le due famiglie. Ma non dico altro.

In concorso al Festival di Cannes 2014, l’ultima fatica di Cronenberg, seppur non ricompensata con la Palma d’oro, regala a Julianne Moore il premio per la migliore interpretazione femminile. Davvero meritato, se si pensa che l’ormai non più giovanissima attrice, ha dimostrato coraggio da vendere nel girare diverse scene senza veli e in pose non troppo edificanti.

Buona anche la prova di Evan Bird, finora comparso solo all’interno di qualche serie televisiva, con questa partecipazione mette a segno un punto notevole. La Wasikowska invece rimane un po’ sempre intrappolata nel personaggio della ragazzina strana e psicologicamente instabile: difficile non vedere in Agatha la copia di India, protagonista disturbata e disturbante di Stoker  (Park Chan-wook, 2013).

Purtroppo Cronenberg conferma la sua predilezione inspiegabile per Robert Pattinson che, come in Cosmopolis, anche qui ha messo a bordo di una limousine per vagolare nella città delle Stelle. Ma stavolta, invece di interpretare un belloccio guru della finanza, impersona un belloccio aspirante sceneggiatore/attore, costretto ad arrotondare lo stipendio portando a spasso gli artisti, quelli veri. Un fantoccio insignificante, spettatore e vittima dello sfolgorio hollywoodiano. Decisamente nella parte.

Se A Dangerous Method (2011), e Cosmopolis (2012) hanno segnato l’inizio del declino del regista canadese, con Maps to the Stars possiamo definitivamente dichiarare l’ora del decesso. Forse, all’interno del terzetto, Maps to the Stars rappresenta l’esperimento meno fallimentare, ma non abbastanza pregevole da salvare il genio di Cronenberg dal deragliamento.

Inizia con del nerbo, dell’ironia, delle promesse seducenti, ma presto si sbriciola in una serie di detonazioni eccessive; il tutto diventa una semi-soap che devia verso lo splatter e la ghost-story. Personaggi eccessivi, intrecci surreali, anche con la satira caustica calca decisamente la mano. Un ginepraio di soldi, fama, discipline pseudo orientali e orrori alla Edgar Allan Poe. Si passa con naturalezza da una sessione di meditazione new age all’omicidio preterintenzionale, passando attraverso droghe e psicofarmaci. E’ tutto troppo.

Ma nonostante la sovrabbondanza di intenti, il messaggio rimane piuttosto debole. Perché il Cronenberg di un tempo, quello de Il pasto nudo (1991), La mosca (1986), Videodrome (1983), per intenderci, avrebbe scavato nella follia umana, avrebbe immerso le mani in quel calderone orrifico che è la sua mente, senza preoccuparsi di dare spiegazioni e lasciando nel pubblico un je ne sais quoi di disordine e terrore, come solo gli incubi sanno fare. Qui invece viene tutto psicanalizzato dall’alto e in alto rimane anche il pubblico.

Cronenberg è cresciuto, è diventato adulto, ma il suo linguaggio ha perso spontaneità e forza.  Non rinuncia del tutto al suo corpus di visioni e demoni interiori, ma vengono incastonati a forza in un discorso di pseudo-satira sociale. E il prodotto finale non è omogeneo.

Peccato però. Le premesse c’erano, ma Cronenberg, come i personaggi che ha raccontato, si è lasciato trascinare dall’esagerazione superficiale.

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