LFO

TFFsolo imgRegia: Antonio Tublén

Anno: 2013

Ci sono due film dentro LFO, di Antonio Tublén.

Uno è quello che racconta la storia di Robert (Patrik Karlson), un ingengnere del suono con problemi di stabilità psichica che scopre una ferquenza, o meglio un complesso di frequenze, in grado di pilotare la volontà delle persone, l’altro è un film sul potere del suono, un testo metalinguistico che riflette sugli strumenti del linguaggio cinematografico e ne evidenzia volontariamente gli aspetti tecnici, il dispositivo macchinico.

Sovrapponendo a questo composto sonoro la propria voce che impartisce istruzioni Robert riesce a far fare a chiunque tutto quello che desidera, esercitando, di fatto, un potere assoluto. Il sottinteso di ordine morale che permette lo sviluppo della trama di LFO è che all’esercizio di un potere sia connessa anche l’assunzione di tutta una serie di responsabilità di ordine etico e morale la cui entità dovrebbe essere direttamente proporzionale a quella del potere esercitato, che invece il nostro protagonista bellamente ignora, generando squilibri e iniquità che Tublén saprà trattare con un senso umoristico felice e corrosivo.

Uno degli strumenti di cui Robert si serve nella creazione della sua frequenza del potere è, appunto, l’oscillatore a bassa frequenza, Che in inglese diventa Low Frequency Oscillator, l’LFO del titolo.

Robert è infantile ed egoista, impacciato nella vita sociale e cinico, ha le fantasie di un ragazzino nerd quattordicenne, e una depressione che confina con la psicosi. L’idea stessa di voler inventare un dispositivo che gli permetta di ipnotizzare le persone, e, peggio ancora di trarre da questo vantaggi in ambito sessuale, ha un chè di adolescenziale, esprime quella volontà di potenza e quella mancanza di accettazione dei limiti che è tipica delle fantasticherie infantili, anche delle nostre. Anche quando costringe il suo vicino di casa ipnotizzato dal suono a guardare mentre lui consuma amplessi con la moglie  (ipnotizzata anche lei) come fossero noccioline, o quando veniamo a sapere che è stato lui a uccidere la sua famiglia, non riusciamo a condannare Robert in via definitiva, perchè lo capiamo e ci ispira sim-patia, proviamo per lui una certa solidarietà perchè in certe debolezze ci somiglia e riesce a sospendere il nostro giudizio per quel suo porsi come un adolescente bisognoso di affetto e conferme.LFOtheNeighbor

Karlson, d’altronde, si dimostra perfettamente in parte, e la felicità dei suoi mezzi espressivi lo aiuta non poco nel confezionamento di un grottesco calibrato e amabile, feroce quanto divertente, che più si dimostra cinico ed egoista più ci piace.

La trama procede in crescendo guidata dal delirio di onnipotenza di Robert che via via esercita forme di dominio sempre più spinte e crea situazioni sempre più paradossali, la chiusa arriva delirante e inaspettata, l’umorismo (in senso pirandelliano) è caustico e il risultato finale altamente godibile.

Il protagonista di questo film appartiene alla prolifica stirpe degli scienziati pazzi cinematografici, che trova le sue nobili origini nel mefistofelico dott. Rotwang di Metropolis (Fritz lang 1927), anzi, ne porta sullo schermo una variante inedita, quella degli scienziati del suono folli, che forse non si era ancora vista. Con i suoi colleghi di scienza e follia Robert condivide d’altronde alcuni caratteri ricorrenti, come l’ossessività quasi maniacale dei comportamenti e del pensiero, la smisurata ambizione di poter soverchiare l’ordine imposto della natura ed esercitare funzioni che normalmente spetterebbero solo all’essere divino (creazione della vita per via artificiale, controllo della volontà, come nel caso del nostro, dominio sul mondo ecc.) e un repertorio di conoscenze specialistiche in un dato campo fuori del comune. Ed esattamente come questi illustri professori il nostro è dotato di un laboratorio, la cantina dove ha il suo studio, stipata di congegni avveniristici e incomprensibili (mixer digitali, oscillatori, softwares ecc.) e una capigliatura quantomeno eccentrica.

Complesso e stratificato il livello delle implicazioni di senso mediate attraverso questa grottesca figura di scienziato deviante, a cominciare proprio dal tema del prometeismo, della possibilità che hanno certi uomini di sfidare gli dei, per così dire, cioè di esercitare, spesso proprio grazie al possesso di particolari competenze in ambito tecnologico, poteri enormi, come quello del controllo mentale, la cui innata autonomia Robert pretende di assoggettare.

La pur divertente tessitura da commedia si ricama di sottintesi morali e implicite considerazioni di etica del potere, attraverso la figura del fantasma della moglie, che in realtà altro non sembra essere se non una proiezione visualizzata della coscienza di Robert, un grillo parlante fantasmatico, che tenta invano di suscitare in lui il dubbio circa la liceità degli usi che sta facendo del nuovo strumento di potere. Facilmente da qui lo spettatore più attento potrà desumere una più generale riflessione di ordine morale sul potere in quanto tale e sulle condizioni della sua eticità, senza mancare di chiedersi quali scelte farebbe trovandosi nella condizione di Robert.

Poi c’è il secondo film, quello nascosto tra le pieghe del livello formale di LFO, che è una riflessione di tipo metalinguistico sul suono acusmatico, quello cioè tecnologicamente mediato, sul lavoro del fonico e dell’ingegnere del suono.

La dichiarazione di intenti è palesata sin dal primo fotogramma, il timpano di un diffusore (una cassa del vostro stereo di casa, per intenderci) vibra nell’emissione di frequenze basse. In rapida sequenza vediamo differenti apparecchiature audio che offrono allo spettatore una efficace rappresentazione sintetica dell’universo di senso del film, orientandone sin dall’incipit l’interpretazione preventiva verso la sfera dei significati attinenti al concetto di suono.

LFOlineMachineL’intero film è costellato di presenze oggettuali come mixers, oscillatori, audio editors, controllers, analizzatori di spettro, cuffie e microfoni ecc. che rinviano continuamente alla semiosfera del sonoro e delle procedure tecniche che  gli sono connesse.

In molte parti i richiami sono addirittura esplicitati a livello verbale e così sentiamo Robert discutere di complesse teorie di fonica, di ipotesi sugli effetti celebrali derivanti dall’esposizione ai suoni ecc. Ma un po’ tutto il contenuto sonoro di questo film è intessuto di suoni dalla natura artificiale e sintetica, usati per sottolineare particolari eventi o gesti che mostra l’immagine, per creare atmosfere materiali o emotive, per significare sentimenti e umori, che con la loro artificialità spostano l’attenzione sulle procedure di manipolazione e sintesi dei suoni, sulla sua natura di prodotto tecnologicamente generato.

Al di là dei contenuti narrativi l’ipotesi di fondo che pone questo film è quella di una ricognizione della metafisica, e dell’ontologia del suono, un’iperbole del suo potere nascosto, la sfida prometeica dell’uomo che governando il suono (l’ingegnere del suono) governa il mondo e diventa Dio. Robert controlla la volontà delle persone attraverso la propria voce così come Dio «Disse luce…» e in chiusura di film lo stesso Dio diviene voce-suono puro, una voce che governa il mondo. Un film sul potere del suono, che qui si fa assoluto.

Questa preminenza dell’uditivo, ovviamente, si riverbera anche sul livello stilistico e formale del film che ha un sound design curatissimo, ricchissimo di presenze sonore e spesso utilizzato a fini grammaticali, per così dire, cioè per creare interpunzioni, effetti di senso e sottolineatura, narrazioni acusmatiche (per esempio quando Robert distrugge lo stereo della moglie noi, che siamo rimasti nella stanza attigua insieme alla macchina da presa, seguiamo la narrazione di questo micro-evento solamente attraverso i suoi rumori e le voci) e per generare nello spettatore attese e predizioni che le scene seguenti avranno il compito di avvalorare o smentire.

Le musiche sono tutte a firma dello stesso Tublén e segnano un approccio agli aspetti melodico armonici dei brani davvero minimale, quasi semplicistico, mentre sanciscono il trionfo assoluto della sintesi sonora, del suono digitale più spinto, degli arpeggiatori e dei synth. In una composizione fortemente destrutturata, quasi del tutto priva di componenti ritmiche e che impiega sonorità sintetiche alquanto contemporanee, la quasi immobilità melodico-armonica viene controbilanciata da una sorta di ipertrofia della varabilità timbrica e frequenziale, che crea un tessuto ricco di sonorità diverse ,spesso alquanto insolite e perturbanti.

Una prova decisamente riuscita per Tublén, ben bilanciata sotto il profilo registico e ancor più interessante per la non comune densità metalinguistica, che però ha l’abilità di dissimulare al di sotto di un’orditura filmica piacevole e divertente.

Decisamente da vedere…e da ascoltare con attenzione.

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