The Last Picture Show

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TFFsolo imgRegia: Peter Bogdanovich
Anno: 1971

Al Torino Film Festival Cartoline in bianco e nero dalla profonda provincia americana.

Sonny e Duane (Timothy Bottoms e Jeff Bridges) giocano insieme nella locale squadra di football e sono amici dall’infanzia. Ci troviamo ad Anarene, una fantomatica e sonnolenta cittadina del Texas dove le vite scorrono lente e senza prospettive e i giovani vogliono scappare. Il film è un percorso sulla fine della stagione della loro innocenza e di quella del gruppetto di personaggi che li circonda, amici, fidanzate fratelli ecc.tutti irrimediabilmente compromessi dall’urto contro la vita in questa cittadina-prigione, dove i volti delle donne sfioriscono presto, insieme alle loro speranze e gli uomini bevono per non pensarci sù.

C’è un’epica dolente e picaresca che racconta dell’America minore e diseredata, quella di Steinbeck, di Ford , di Hawks (nella saletta cinematografica del nostro film si proietta il suo capolavoro western del ’48 Il fiume Rosso,) che si è tramandata come eredità morale e rappresentativa a quegli artisti statunitensi che, formatisi culturalmente tra la fine degli anni cinquanta e tutti i sessanta, nei primissimi anni settanta esordivano con le loro opere prime. Springsteen e Bogdanovich sono certamente tra questi. Il primo disco ufficiale del cantastorie del New Jersey, Greetings From Asbury Park, data 1973, The Last Picture Show esce nel ’71.

«Vengo dal fondo della valle\Dove, signore, quando sei giovane\Ti crescono perché tu faccia\quello che faceva tuo padre\Io e Mary ci incontrammo al liceo\ Quando lei aveva solo diciassette anni\ Ci allontanammo in macchina da questa valle \Verso il luogo dove i campi sono ancora verdi\Andammo giù al fiume\ E nel fiume ci tuffammo\Oh corremmo giù al fiume\ Poi misi incinta Mary\ E, amico, questo fu tutto quello che mi scrisse\ E per il mio diciannovesimo compleanno ricevetti\Un libretto di lavoro e un abito da matrimonio.[…]».

Era già il 1980 quando Springsteen (che in più occasioni ha ribadito la grande influenza che il cinema di Bogdanovich ha avuto sulla sua opera) pubblicava The River, da cui sono tratti questi versi, ma l’immaginario di The last PictureLST PCTR SHWlocandina show c’è tutto, distillato artigianalmente, come un liquore fino. Entrambi raccontano l’immobilità sociale di questi luoghi minori, e la voglia di riscatto dei giovani che invano cerca di spodestarla. Unico palliativo praticabile resta la fuga, sintetizzata a livello di immaginario dalla mitologia dell’automobile, fuga dai luoghi, ma sopratutto fuga da quella condizione esistenziale, bruciando le strade di provincia (le Backstreets springsteeniane della canzone omonima), su Cadillac fiammeggianti, quando è possibile, ma più spesso su Doge scassati, i tipici furgoni americani, e macchine di seconda e terza mano che vanno per la maggiore tra i giovani di Anarene. Quando Duane torna in visita, dopo che ha fatto i soldi lavorando negli oleodotti, come prima manifestazione del suo successo sociale esibisce all’amico la sua nuova auto di seconda mano nuova fiammante, cui riserva una dedizione reverenziale e cure maniacali.

Il tema della continua ricerca del lavoro, dello spossante bisogno economico che non trova mai una soluzione definitiva è lo stesso che muoveva i picareschi hobo  di Steinbeck e insanguina le mani e le coscienze dei personaggi di Killer Joe, il film di William Friedkin del 2011, bellissimo e cruento. La provincia minore e diseredata che muore di asfissia culturale cronica è la stessa. Quella provincia dove il grande sogno americano ancora non è arrivato o dove non ha fatto in tempo ad arrivare e i sogni delle persone si spengono per stanchezza e per rassegnazione.

LST PCTR SHWalvolante«Is a dream a lie\if it don’t come true\ or is it something worse?» («un sogno è una bugia\se non diventa vero\o è qualcosa di peggio?» Bruce Springsteen, The River, 1980, Columbia records)

The Last Picture Show è un film sulla morte dei sogni.

Muoiono i sogni degli adulti come Ruth (Cloris Leachman, che per questa parte ha vinto un Oscar), che attraverso la storia con il giovane Sonny  cerca di ritrovare quella gioia di vivere che aveva reso felici i suoi anni perduti (e in effetti almeno per un po’ la ritrova) ma che verrà lasciata per la più giovane e avvenente Jacy (Cybill Shepherd) e violentemente ripiombata nel suo precedente stato di instabilità emotivo-affettiva, o come Lois (Ellen Burstin), l’elegante madre di Jacy, che rievoca gli anni passati e il suo amore giovanile per Sam the Lion (Ben Johnson) con una nostalgia struggente e sognante, quasi dolorosa.

Muoiono i sogni dei giovani come Jacy, che tentando di sfuggire al deprimente destino che era stato di sua madre, cerca la soluzione in uomini sempre più sbagliati e confonde troppo facilmente sesso e amore, o come Sonny  che dopo aver tradito Ruth e la fiducia del suo migliore amico Duane nel cieco tentativo di coronare il suo sognante ideale d’amore, dovrà rassegnarsi a tornare con l’attempata Ruth, pur dovendo accettare che la vitalità e la dimensione di sogno che avevano animato la prima parte della loro storia (e in cui Ruth era letteralmente rifiorita) siano definitivamente compromesse.LST PCTR SHWduane

Bogdanovich, ci consegna questa parabola del riscatto mancato in un bianco scabro e deprivativo, che coerentemente con la temperie emozionale del testo rifugge la levigatezza dell’immagine e sceglie una grana grossa e la ruvidità. L’acromatismo, peraltro, risulta congeniale al sottile disegno metalinguistico che il critico cinematogarfico che ancora alberga in lui (Eh sì…prima di passare dall’altra parte della barricata era un..collega) ha voluto sottendere a questo film.

Quello che ci troviamo di fronte agli occhi, a prima vista, sembra un lampante esempio di buon cinema fordiano, ne presenta, oltre all’acromatismo, tutti gli elementi tipici. Le strade polverose, la cittadina periferica e di confine, l’eroe solitario Sam The Lion (che peraltro in un raffinato gioco di scambi metalinguistici è interpretato da Ben Johnson, attore amatissimo da Ford, che con lui girò almeno quattro pellicole) e la donna del bancone del saloon (la saletta da bilirado) che dispensa alcolici medicamentosi, ascolta confessioni e dispensa consigli ecc….eppure qualcosa non torna.

Manca nel film di Bogdanovich quello che Jhon Wayne era nei film di Ford, l’eroe rudemente scolpito e granitico che non viene mai mostrato nelle sue debolezze, perché presumibilmente non ne possiede, il personaggio risolutore.

LST PCTR SHWsonnyLo sguardo impietoso di The Last Picture Show, al contrario, snuda oscenamente i personaggi, ne rivela di proposito debolezze taciute che mai il cinema pudico e scultoreo di Ford avrebbe potuto mostrare. Sonny e Duan a letto collezionano una serie di figuracce terrificanti (vi sembra immaginabile Jhon Wayne nella stessa situazione?) e la rappresentazione stessa dell’atto sessuale (assolutamente vietata per Ford) è tutt’altro che estetica e mostra i corpi sudati, i capelli arruffati, le tremende mutande bianche di Sonny e i gancetti della biancheria delle signore che non si aprono o si impigliano e il tutto per lo più avviene al suono sferragliante di letti malconci e goffi rantoli. Duane, il personaggio spavaldo e un po’ sbruffone, rivela poi una fragilità imperdonabile per un eroe fordiano, e si lascerà devastare dal sogno di emancipazione sociale dell’amatissima jacy, mentre Sam The Lion, unico vero personaggio fordiano, unico vero duro muore, e con lui, simbolicamente, Bogdanovich dichiara morto il cinema di cui era rappresentante.

Qui gli eroi non si creano, si distruggono.

In questo credo stia il senso migliore del lavoro di Bogdanovich, nella verve iconoclasta che lo spinge a voler abbattere l’idolo, a distruggere il feticcio cinematografico. Crea l’icona stilistica di un genere di cinema, un film che imita posticciamente lo stile di altri film, non già con l’intento di celebrare quel tipo di cinema, ma di distruggerlo, di de-semantizzarlo. Bogdanovic riprende l’apparato formale di quel cinema ma lo svuota dei suoi contenuti filosofici e ideologici, che non hanno più senso negli anni settanta, e così facendo ne denuncia la sopraggiunta vacuità, anche livello linguistico.Quell’eroe di pietra, ci sta dicendo il regista, è stato sconfitto dalla rivoluzione industriale e dalla depressione economica, privato di una frontiera da sognare, perché di sogni non ne restano, e  in questo film viene ritualmente ucciso poichè con lui è morto il tipo di linguaggio che serviva per raccontarlo.

Un film sul cinema prima ancora che un film che sulla provincia americana, un pilastro inamovibile nella fondazione di un certo tipo di immaginario made in USA che nel suo evolversi porta da Steinbeck alle moderne rappresentazioni, spesso violente e grottesche, del disagio sociale e della fine sciagurata del sogno americano (penso alla società di umanissimi mostri assetati di denaro del già citato killer Joe di Friedkin, ma perchè no anche all’America  iper violenta e grottesca di Ritchie, Tarantino e simili.

Da non perdere.

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