La Pazza Della Porta Accanto, conversazione con Alda Merini

TFFsolo imgRegia: Antonietta De Lillo

Anno: 2013

Appunti da un’esistenza incoercibile, liminale, un racconto in presa diretta sul coraggio della fantasia.

Alda Merini conversa a quattr’occhi con Antonietta De Lillo in alcuni  filmati girati nel ’95, e solo ora montati, con quella diversa saggezza che la distanza nel tempo getta sulle cose.

Da questo chiacchierare emergono una serie di scorci sui temi della vita dalle prospettive inedite, guardati come sono dall’occhio difforme e acuto della Merini, che rende nitidi i contorni delle cose, anche quando la visione per altri si fa insopportabile.

La Poetessa, che si definisce per l’appunto La Pazza Della Porta Accanto, parla con lucidità e anticonvenzionalismo dei grandi temi che hanno attraversato la sua non facile esistenza, l’amore e la coppia, la maternità, il manicomio, la malattia,  e via discorrendo, sino a comporre un ritratto emotivo e vibratile, che non può non suscitare la com-partecipazione  dello spettatore, sospingerlo verso la riflessione.Merini occhi

Insieme alle mille sigarette passano per le labbra di Alda i più disparati argomenti, trattati con frasi spesso lapidarie e taglienti, che non lasciano spazio alla falsa coscienza, alle facili rassicurazioni. Un intelletto giudicante fino, in grado di sperimentare piaceri, «il poeta è un gaudente», dice, che altri sono a malapena in grado di nominare, come quell’orgasmo poetico-letterario che in chiusura di film ci dice essere infinitamente meglio di quello fisico e che, credo, nessuno di noi possa dire di aver mai sperimentato.

Una bella lezione di resistenza culturale e umana per tutti.

Un film che non necessita di alcun orpello formale per far emergere con forza il proprio significato, poichè tutto lo si ritrova nel pondus argomentativo delle esternazioni Della Merini, la quale non necessita sicuramente di aiuti da parte del regista e del dispositivo filmico per ottenere la massima evidenza.  L’assunzione di uno stile documentaristico e trasparente, per la De Lillo, sembra dunque essere scelta obbligata e del tutto funzionale alla natura stessa del materiale ripreso e dell’auto evidenza assertiva che in esso risiede.

Merini cokeLa nostra brava regista recede appena un po’ da questa rigorosità documentaristica, e si concede un po’ più di cinema, nel senso creativo del termine, solo nelle transizioni tra uno spezzone di intervista e l’altro, nelle qauli si incunea, unica concessione alla musica extra-diegetica di questo film, un evocativo tema d’archi e l’immagine viene sfregiata da certi mascherini neri sfarfallanti e mutevoli che la limitano e la chiudono in alto e in basso, ne smangiano i lati, la screziano all’interno, fecendola di una qualità più claustrofobica, e sporca.

Questi pesanti segni neri che appaiono e scompaiono continuamente e che ricorrono con cadenza ripetuta a ogni intervallo dell’intervista creano una sorta di scansione ritmica che guida nella lettura del testo, in qualche modo,  permettendo allo spettatore di separare, nella sua costruzione di senso, i vari argomenti del discorso e le parti del film.

Alberi nodosi e ritorti contro il cielo d’inverno, un reticolo di rami neri che traccia disegni arzigogolati sulle nostre retine, immagini di grate in controluce, quando parla del manicomio, che imprigionano la visione, scorci metropolitani a intermittenza e immagini ricorrenti d’acqua, quieta e riflettente, metonimia liquida della conquistata pacificazione dell’anima della poetessa, e simbolo della sua limpidezza.Merini2

Durante gli interventi parlati la regista inserisce numerosi dettagli e primissimi piani del volto di Alda, soprattutto degli occhi, aumentando di non poco il grado di prossimità emotiva, oltre che visiva, dello lo spettatore.

Gli occhi verdi di Alda, che hanno visto le stagioni cambiare, quella fredda del dolore, quella luminosa e calda dell’amore, gli occhi cristallini e mobili di Alda, nitidi, che l’età non vela. E d’altro canto la poetessa non rifugge questa vecchiezza, anzi la brama, la cerca per conoscerla, per poterla esplorare, come ha fatto con coraggio per ogni stagione della vita.

Un film verbocentrico, di sola parola, che tuttavia non risente troppo di questa rinuncia alla forma filmica, di questa austerità minimalista, grazie alla forza emotiva e morale implicita in queste parole e nel personaggio che le proferisce.

Non propriamente facile, non propriamente divertente, ma emozionale, fecondo, e, a tratti, quasi stordente, anche se mai gridato, proferito com’è dalla voce calma di Alda Merini.

Buona visione.

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