La parte degli angeli

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Regia: Ken Loach
Anno: 2012

Robbie è un giovane teppista di Glasgow spedito ai lavori socialmente utili. Si decide a rigare dritto, per offrire un futuro migliore al figlio che aspetta dalla compagna Leonie. Grazie all’amicizia con l’attempato Harry si appassiona alle raffinatezze del mondo del whisky, scoprendosi un talentuoso intenditore. Appena saputo dell’esistenza di una botte di spirito dal valore inestimabile, presto messa all’asta, la tentazione è irresistibile: con l’aiuto di tre compagni tenterà un furto rocambolesco, per sistemarsi una volta per tutte.

Archiviati il successo all’ultimo Festival di Cannes (Gran Premio della Giuria) e la mancata vetrina del Torino Film Festival (per il gran rifiuto del regista di presenziare alla kermesse, in aperta polemica con gli organizzatori), arriva ora nella sale italiane l’ultima commedia di Ken Loach.

Se c’è un elemento che segna in modo inconfondibile ogni film del cineasta inglese, è la capacità di catapultare immediatamente lo spettatore all’interno della narrazione. Senza preamboli didascalici. Senza troppe indicazioni di contesto. Senza filtri narrativi o ricercati orpelli stilistici.

Non fa eccezione La parte degli angeli (“The Angels’ Share”). Si parte con lo schermo nero che diffonde la stentorea e severa voce di un giudice, e subito si penetra in un’aula di tribunale in cui vengono frettolosamente sottoposti a giudizio alcuni delinquenti.

Gli imputati (tra i quali c’è Robbie) sono ripresi con insistite inquadrature frontali e laterali. Inchiodati allo schermo/muro come in una piatta foto segnaletica. Schiacciati dalla presenza prominente eppur invisibile dell’intransigente magistrato (che compare solo a fine sequenza).

Ecco ritornare l’eterna lotta del sempreverde rosso Loach (per usare una definizione di Morando Morandini) contro le storture del sistema, l’autoritarismo e l’impassibile indifferenza delle istituzioni (giudiziarie, in questo caso).

Ancora una volta il regista britannico si schiera orgogliosamente dietro il banco degli incriminati, prendendo le difese degli sconfitti dalla vita. Quella classe di precari e disadattati colpevolmente ignorata e abbandonata a se stessa dai poteri forti.

Tuttavia, il registro complessivo non va nella direzione di un drammatico e penetrante film di denuncia, così come avveniva in maniera netta nel Loach più militante e indignato (Riff Raff, 1991, Piovono Pietre, “Raining Stones”, 1993, Bread and Roses, 2000, Paul, Mick e gli altri, “The Navigators”, 2001, Sweet Sixteen, 2002). Neanche si guarda troppo alle tragedie familiari e alle difficoltà dei rapporti affettivi (come in My Name is Joe, 1998).
Si tratta piuttosto di una pimpante commedia che vibra di energia entusiastica, di allegra solidarietà tra i suoi squattrinati protagonisti. Anche se certo non manca un avvilente retrogusto amaro (la precarietà dilagante, i brutali pestaggi, il degrado della periferia).

Si preferisce però valorizzare la determinazione degli sballati personaggi. Un prorompente dinamismo che fa da contraltare all’immobilismo conservatore della società. Capace soltanto di schedare, sentenziare, etichettare senza pietà.

Loach riflette sull’importanza di concedere sempre un’opportunità, una seconda chance, anche (anzi, soprattutto) a chi sembrerebbe non meritarla, continuamente inseguito da un passato violento e da una difficile vita di stenti. A chi ha già perso tutto (casa, lavoro, famiglia) ancor prima di ottenerlo.

Robbie, come milioni di altri giovani inglesi e non solo, è vittima di un blocco sociale che lo vede imprigionato nel ruolo di fallito cronico e di teppista irredimibile. Impantanato a vita nelle sabbie (im)mobili di faide familiari che proseguono immutate da generazioni (“Siamo in una trappola. Mio padre si picchiava con suo padre a scuola” spiega parlando di un rivale).

Il riscatto arriva inaspettatamente da un bicchiere di whisky (già fonte salvifica e strumento di ribellione nella commedia inglese Whisky a volontà, “Whisky Galore”, Alexander Mackendrick, 1949). Robbie scopre con stupore di avere un naso non comune nel distinguere aromi, sapori e le qualità di un buon malto.

Al contrario di un sistema che non possiede alcun fiuto per i talenti inconsueti e le capacità creative dei suoi giovani. Una struttura chiusa e impermeabile come una botte di whisky, che fa da tappo bloccante all’inventiva di chi dal basso vorrebbe risalire. Disperdendo un mare di energie e forze fresche, evaporate nel nulla come la quantità di whisky che ogni anno si dissolve nell’aria durante l’invecchiamento nei barili (“la parte degli angeli” a cui fa riferimento il titolo).

Robbie fa dunque saltare il tappo, letteralmente (rubando il whisky dal fusto) e metaforicamente (superando le rigide barriere imposte).

Così, ai ricchi padroni si lascia la smania capricciosa del pregiato feticcio da collezionare (la costosissima botte battuta all’asta). Mentre il gusto autentico dell’amicizia, della generosità spontanea, dell’ironia e della risata liberatoria è riservato (come sempre in Loach) agli emarginati allo sbando, agli sconfitti in partenza che qualche volta, per fortuna, riescono a farcela.

Una commedia forse un po’ troppo schematica e lineare, senza la potenza corrosiva dei capolavori di Loach, ma che riesce comunque a far riflettere divertendo.

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