Gli amanti passeggeri

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Regia: Pedro Almodóvar
Anno: 2013

Amanti passeggeri di un volo senza direzione. Amanti che vedono la vita passare. Amanti di passaggio nel viaggio della coscienza. Amanti che passano nel cielo claro di una Spagna tormentosa.

Nel quasi pedissequo rispetto dell’unità di tempo, luogo e azione, seguendo il dipanarsi dell’ordito della commedia classica, si dispiega la geniale pellicola almodovariana Gli amanti passeggeri (2013).

Un aeroplano che cammina claudicante, privato di un tacco del carrello d’atterraggio, immobile nel suo incessante movimento circolare, proteso nel tentativo di sfuggire il greve peso gravitale della tempesta che si consuma sulla terraferma.
Un volo imperfetto, come quello di Icaro, è il tuffo nell’etere disegnato dalla penna del regista spagnolo. Un volo intermittente e incerto. Un volo che spaventa e distanzia dalla realtà. Un volo che non porta in nessun luogo. Un volo senza guida direzionale. Un volo parabolico.

L’aeromobile della compagnia Peninsula, decollato dalla Spagna e diretto in Messico, presenta un’importante avaria alle ruote della piattaforma scorrevole. La tratta non può proseguire. Occorre atterrare al più presto. Bisogna trovare una pista deserta atta ad accoglierlo.
I protagonisti di questa tragicomica traversata sono due assistenti di volo – Fajardo (Carlos Areces) e Ulloa (Raùl Arévalo) – decisamente sopra le righe, un responsabile di cabina ( Javier Càmara) col vizietto della tequila, un pilota (Alex Acero) e un co-pilota (Hugo Silva) incerti sui propri gusti sessuali e un coretto di macchiette grottesche.

Una vip (Norma Bosch) che riempie le pagine di cronaca rosa di riviste dozzinali, una chiaroveggente (Lola Dueñas) vergine e frustrata, un infedele incallito (Guillermo Toledo), un killer (José María Yazpik), una coppia di sposi ( Miguel Angel Silvestre e Laya Martì) in luna di miele: questi i volti che si assiepano nella variegata pellicola di Pedro Almodóvar.

L’aria che si respira è quella del divertissement dal retrogusto alacre. Un’atmosfera dal sorriso logorante. Un ambiente dall’allegrezza isterica se non schizofrenica. I personaggi non possono affrontare l’empasse sotto l’egida della ragione, impugnando la spada forgiata nel fuoco dell’assennatezza. Sono maschere che decidono d’affogarsi nel torpore della droga, nell’esultanza dell’ebbrezza, nella mollezza lussuosa del sesso senza tabù.

Il velivolo che si libra nell’aria come una gru metropolitana, sembra quasi godere di vita propria. Non ha guida. Non ode le disposizioni della torre di controllo. Si muove, schiavo di un sentiero circolare, infinito, eternamente identico a se stesso.

Si presenzia alla resa cinematografica del teatro dell’assurdo beckettiano, al nonsense di Lewis Carroll, al parossismo umoristico del dramma pirandelliano.

Apparentemente poco pretenziosa la pièce scardina, con gusto audace, ben individuati luoghi comuni di matrice perbenistica. Si assiste alla rivisitazione dello spettro monolitico e rettilineo della sessualità in ogni sua camaleontica forma e sostanza, a una rilettura del topos della fedeltà, a uno scardinamento delle strettoie dell’idea di legalità.

È il trionfo del dissenso roboante, frastornante, gridato!

Unico segmento temporale. Due sole distrazioni topiche. Medesima azione. Dialoghi serrati, ora intensi, ora distesi, focalizzati su tematiche diversissime. Si parla di vita, di morte, di filosofia, d’attualità, seguendo l’andamento frammentario, ironico e demistificatorio della diatriba cinica.

L’autore del testo pare ritornare al suo illustre passato, alla sua filmografia dalle tinte decise, ai suoi quadri impenitenti, alle sue tele intrise di erotismo, carnalità, disincanto e arditezza. Tacchi a Spillo (Tacones lejanos, 1991), Kika – un corpo in prestito (Kika, 1993), Carne tremula (Carne trémula, 1997), Tutto su mia madre (Todo sobra mi madre, 1998) sembrano essere gli immediati riferimenti ispirativi.
È distante il languore romantico di Volver (2006) o l’intricata trama noir de La pelle che abito (La piel que habito, 2011).
Il cameo di Penelope Cruz e Antonio Banderas costituisce quasi la garanzia d’autenticità dell’opera portata sul grande schermo.

Sceneggiatura che oscilla, come un pendolo, tra il serio e il faceto, altalene di sentimenti ed emozioni, falliti suicidi, repentine evoluzioni sessuali, scaramanzia di stampo paganeggiante d’impronta orientale, divertenti siparietti drag queen in un’abluzione, purificatoria e catartica, fra le bollicine dell’agua de valencia  temprata con un’overdose di mescalina: il film è servito!

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