Colazione da Tiffany, recensione di un classico senza tempo

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Colazione da Tiffany

In Colazione da Tiffany Holly, la protagonista femminile, afferma con leggiadra sicurezza che “L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai“.

Sta tutto racchiuso in questa frase il segreto di questo capolavoro del cinema: nelle mille declinazioni della sua eleganza. Si perché non c’è solo l’eleganza leggera dei meravigliosi abiti e gioielli sfoggiati da Audrey Hepburn, c’è anche un’eleganza più profonda che si trova nel cinismo sofisticato dei protagonisti, che scende sottile come la pioggia che li inzuppa in una delle scene più memorabili della storia del cinema, che aleggia impalpabile nei contrasti dei sentimenti che dominano i personaggi: distacco e desiderio, libertà e amore, paura e coraggio…

Colazione da Tiffany, la trama

New York, un taxi accosta al marciapiede accanto alla vetrina di Tiffany. Una donna scende dall’auto e, sorseggiando un caffè e addentando un cornetto, si ferma estasiata ad ammirare i gioielli esposti.

Nonostante gli abiti da sera che indossa e l’eleganza che la contraddistingue, Holly (interpretata da Audrey Hepburn), vive in un piccolo appartamento arredato con pochi mobili che non considera ‘casa’. A ribadire il concetto di provvisorietà, una valigia mai disfatta. Di professione fa la squillo d’alto bordo ma, a discapito di quel che si può pensare, è un personaggio incantevole, dotato di una sorprendente grazia poetica. Holly sembra amare la sua vita libera e solitaria.

Tutto cambia con l’arrivo nel palazzo di un nuovo inquilino, Paul Varjak (interpretato da George Peppard). Paul è uno scrittore che, in attesa di raggiungere il successo sperato, si fa mantenere da una ricca signora (Patricia Neal).

Tra i due si instaura fin da subito un certo feeling. Un’intesa suggellata dallo stesso disincanto con cui affrontano la vita. Lui cinico e pragmatico, lei allegra e ingenua. Il suo progetto è quello di sposare un milionario, si fa mantenere da ricchi signori ed organizza dei party frequentati dalla Newyorchesi più in vista. Inoltre fa da tramite per il boss Sally Tomato, rinchiuso a Sing Sing.

Colazione da Tiffany è un film in bianco e nero, non solo perché si tratta di una pellicola del 1961, ma anche e sopratutto perché è fatto di luci e ombre: da un lato Holly è spensierata e felice, dall’altro soffre terribilmente di malinconia e paura di vivere.

Per scacciare le sue celebri paturnie non sempre basta fare un giro da Tiffany!

Paul se ne innamora, era inevitabile. E la spinta positiva e propositiva dell’amore lo spinge a mettere ordine nella sua vita: lascia l’amante, si rimette a scrivere, cerca di diventare un pilastro portante per la sua Holly che, però, è intenzionata a sposare un milionario brasiliano. Il matrimonio miliardario va però a monte perché, per paura di uno scandalo, Holly viene lasciata appena vengono a galla i suoi i traffici con Sally Tomato.

Holly prende comunque un taxi, insieme al suo gatto senza nome e a Paul, diretta verso l’aeroporto per andare in Brasile. Paul le ribadisce che l’unica possibilità di essere felice è innamorarsi e “appartenere” a qualcuno e scende dall’auto allontanandosi sotto la pioggia. Anche il gatto balza fuori lasciandola sola. Holly ha così un ripensamento e corre sotto la pioggia a cercare ‘gatto’ in un vicolo. Anche Paul è lì: struggente, elegante, innamorato. Holly, finalmente, prova la gioia di appartenere a qualcuno.

Colazione da Tiffany, un classico senza tempo

Dal romanzo omonimo di Truman Capote, una commedia sofisticata incentrata sulla figura di Holly, “squillo” d’alto bordo ingenua e maliziosa allo stesso tempo e sul suo incontro con uno scrittore in apparenza cinico e disincantato. Audrey Hepburn con questo film diviene un’icona indelebile della sophisticated comedy riuscendo a incarnare con grazia tutti i dubbi e le incertezze di ogni innamorato.

“Moon river, wider than a mile, I’m crossing you in style some day…”

Indimenticabili le note di Moon River che accompagnano Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, con il suo incomparabile stile che rappresenta la forza di ogni donna persa nelle proprie paure. Holly si costruisce una gabbia dorata nel vano tentativo di proteggersi da ogni sofferenza e da ogni abbandono.

La gioielleria Tiffany diventa il rimedio all’angst, al dolore inesprimibile che resta sordo e riaffiora, prepotente, nei momenti più inaspettati. A regalare gioia non sono tanto i gioielli esposti in vetrina, quanto piuttosto l’atmosfera levigata, i rumori attutiti, i commessi distinti che sempre pronti a donare un consiglio ed un pacato sorriso.

“Non può capitarti niente di brutto là dentro”.

Me la immagino una moderna Holly intenta a scacciare le paturnie riempiendo il carrello della sua gioielleria online preferita. Svampita, leggera, vulnerabile come solo chi custodisce dentro si sé una gamma infinita di sentimenti può essere. Sembra quasi di vederla davanti ad un computer, sorseggiando latte da un calice di cristallo, consapevole che le cose belle possono addolcire la vita.

La sua idea di confort è quella di un luogo in cui niente di brutto possa accaderti, proprio come da Tiffany

“E non è per i gioielli, che a me non piacciono, tranne i brillanti s’intende…”

Colazione da Tiffany

Colazione da Tiffany: i premi vinti e le critiche

Colazione da Tiffany vinse due premi Oscar nel 1962:

  • migliore colonna sonora (Henry Mancini)
  • migliore canzone (Moon riverMancini-Mercer).
  • Nomination Miglior attrice protagonista a Audrey Hepburn
  • Una nomination per la Migliore sceneggiatura non originale a George Axelrod
  • Nomination Migliore scenografia a Hal Pereira, Roland Anderson, Sam Comer e Ray Moyer

Nel 1962, ai Golden Globe

  • Nomination Miglior film commedia o musicale
  • Nomination Migliore attrice in un film commedia o musicale a Audrey Hepburn

Nel 1962, al David di Donatello

  • Miglior attrice straniera a Audrey Hepburn

Nel 2012 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America

Per assurdo, nonostante il successo del film, le critiche più aspre sono state mosse proprio da Truman Capote.

Capote definì inadeguata la trasposizione del romanzo fatto da Edwards, criticò duramente ogni aspetto del film: regia, cast, sceneggiatura. Avrebbe voluto affidare il ruolo di Holly a Marilyn Monroe e, negli anni ottanta, si disse favorevole a un remake interpretato da Jodie Foster.
Holly non è chic, non è il tipo con gli zigomi pronunciati, come Audrey Hepburn; è una ragazza in gamba, sì, ma in un senso completamente diverso.