RoboCop

RoboCop 1Regia: José Padilha
Anno: 2014

Servire la collettività. Proteggere gli innocenti. Far rispettare la legge. Dimenticate i precetti del RoboCop (1987) di Paul Verhoeven.

Più che il canonico “to serve and protect”, il motto di questo RoboCop rebootato potrebbe essere “sorvegliare e punire”, rifacendosi al titolo di un celebre saggio di Michel Foucault. In cui si parla di biopotere. Del controllo totale, invasivo e soprattutto visivo sui corpi e sulla vita umana nella società contemporanea.

Proprio come nel RoboCop di Padilha. Ibrida e ambigua concrezione simbolica di un sistema panottico (la multinazionale OmniCorp) in cui tutti vedono tutto senza essere visti.

Manipolazione doppiamente radicale quella incarnata e subita dall’agente Alex Murphy. Non solo condannato a una visibilità globale ed eterodiretta, un total recall di dati che lo manda in sovraccarico (il database illimitato di crimini, mappe e registrazioni video innestato nella sua memoria). Ma anche privato di ogni percezione individuale. Di un punto di vista (letteralmente) personale-emotivo sulla realtà.

Ciò che scorge attraverso la visiera è visibile in tempo reale sugli schermi della OmniCorp. Dunque pubblico, collettivo, condiviso. Perciò suscettibile di intrusioni, distorsioni, interferenze.

È l’esplicitazione del dilemma del cittadino mediale. Insidiato da stimoli esterni ma inconsapevolmente incorporati. Siamo noi a creare, selezionare e rendere pertinenti le immagini che vediamo? O è qualcuno ad impiantarcele come per RoboCop, che insegue connessioni, bufferizza dati e resetta gli affetti?

RoboCop 2Il dottor Norton avverte: la coscienza è pura “(ri)elaborazione di informazioni”. È questa la riflessione cardine di RoboCop, che aggiunge ulteriori sfumature alla critica capitalista del film di Verhoeven.

Temi analizzati attraverso gli strumenti della tecnica e della visione cinematografica. Il confronto di prestazioni tra perfettibilità robotica e umani difettosi è studiato mediante comparazione virtuale in split screen. Le visuali dall’alto e le panoramiche a 360° sui personaggi insistono sull’ossessione del controllo totale su corpi e tessuto sociale.

Si mostra l’artificiosità dell’immagine mediale saltando continuamente davanti e dietro gli schermi. Come nell’incipit, con l’invasato anchorman reazionario (Samuel L. Jackson) ripreso prima di spalle, poi aggirato senza stacchi fino a farlo aderire al format(o) della propaganda televisiva (già nel film dell’87 tornavano spesso gli inserti giornalistici).

RoboCop profetizza l’impossibilità della soggettiva, il suo annullamento/spegnimento ontologico. Proprio perché vengono a mancarne i presupposti costitutivi: unicità e univocità dello sguardo.

Nel film di Verhoeven le soggettive del cyborg erano esclusivo appannaggio dello spettatore. Nessun’altro, nemmeno i creatori, poteva osservare attraverso i suoi occhi in tempo reale. Al massimo assistevano alle registrazioni del robot. Ma in un secondo momento, e solo nel caso egli scegliesse di mostrarle a tutti, riversandole all’esterno su uno schermo-tv (lo svelamento finale del complotto).

Oggi invece, la soggettiva di RoboCop smette di essere una soggettiva. O diventa, per ossimoro, una “soggettiva collettiva”. Schermo/ologramma visibile a tutti, monitorato e perfino indirizzato dai tecnici della OmniCorp. Trasformarsi in una macchina, in software con rimasugli organici (testa, cuore e polmoni), è la negazione di una soggettiva cinematografica, prima ancora che di una soggettività riconosciuta.

Pertanto, più che riflettere su questioni etiche connaturate all’inserimento dell’umano in una macchina artificiale, RoboCop esplora al contrario il pericolo di impiantare nell’uomo condizionamenti invisibili che lo (ri)programmino meccanicamente a sua insaputa.

RoboCop 3Non a caso, Murphy riacquista sentimenti e libero arbitrio non appena sceglie da solo quali immagini visualizzare. Conferendole un valore emotivo, al di fuori delle direttive imposte (accantona i ricercati per correre in aiuto della famiglia). È il cinema al lavoro, nel ripristinare l’afflato umanista nelle coscienze omologate.

Perdita e recupero del controllo sono tematizzati anche attraverso una prospettiva videoludica (esemplare l’addestramento di RoboCop). Murphy crede di agire liberamente, secondo istinto, convinto di rispondere a se stesso, e non ai comandi di una simulazione che lo pilota come l’avatar di un videogame (la vista/schermata di gioco con agganci ai bersagli, sensori termici, traiettorie di movimento, safe zone in rosso approntate dai nemici-game designers). Finché non sceglie di abbandonare le missioni principali per dedicarsi a obiettivi che la OmniCorp considera secondari (il riavvicinamento a moglie e figlio).

Altro sottotesto interessante, la dialettica mercato interno-esportazioni negli Stati Uniti delle produzioni delocalizzate (Robocop è assemblato tra le risaie della Cina). I robot della OmniCorp furoreggiano in tutto il mondo (la guerriglia iniziale a Teheran), mentre in patria incontrano resistenze. Si parla di armi e droni, certo, ma in filigrana anche dei prodotti mainstream e delle icone dell’industria cinematografica. Della loro diffusione capillare, della diversa e spesso contradditoria accoglienza a cui sono soggetti.

La bravura di Padilha sta nel non appesantire la tanta carne al fuoco, senza perder mai di vista l’impianto spettacolare di un blockbuster solido e convincente.

“I fought the law, and the law won”, cantano i The Clash sui titoli di coda. RoboCop sorveglia e punisce.

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