Nebraska

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Nebraska 1Regia: Alexander Payne
Anno: 2014

L’anziano e inebetito Woody Grant si convince di aver vinto un milione di dollari alla lotteria e da Billings, Montana, vuole raggiungere Lincoln, Nebraska, per ritirare il premio. Il figlio David decide di assecondarlo, accompagnandolo in un malinconico viaggio attraverso le radici profonde di un’America che sta scomparendo.

Il road movie di Alexander Payne (con Nebraska in pieno stile New Hollywood, come sottolineato da più parti) è popolato di figure che in realtà si mantengono in strada con difficoltà, a perenne rischio sbandamento. Personaggi off the road, out-siders alla lettera, asfaltati dal prossimo e abbandonati sul bordo, ai margini. Lontani dalla via maestra e fuori dalle corsie principali.

Persi negli ingorghi sonnolenti delle sideways (il film omonimo è del 2004) all’incrocio di vite e province americane. Affacciati sul lato sbagliato dei binari, casomai calpestati per ritrovare una dentiera, come accade in Nebraska.

Dunque, nell’incipit, non possiamo che trovarlo lì a lato strada come un randagio, Woody, ovviamente in contromano. Appiedato da una società che non vuole rinnovargli la patente e da una pensione che non basta per concedersi un nuovo compressore. “Da dove arrivi?” chiede lo sceriffo preoccupato. Da laggiù, mima con la mano Woody, senza spostare lo sguardo, fisso e intronato di fronte a sé. “Dove stai andando?”. Là in fondo, fa cenno l’anziano, sempre con le dita, muto, la camminata malferma ma ostinata.

Il suo percorso è un viaggio senza punti (fermi) di partenza e arrivo. Non andata e ritorno (d)a se stesso (Woody è in evidente stato confusionale). Nemmeno una tardiva fuga ribelle. Semplicemente, lanciarsi in una direzione, verso una birra al bancone con il proprio figlio o un (ultimo) obiettivo illusorio. Forse per sentire di “fare la differenza” almeno una volta, per dirla con le parole del pensionato nomade e disilluso di A proposito di Schmidt (“About Schmidt”, 2002).

Procedere avanti eppure a ritroso nella memoria. Intervallando tappe di ricordi, amicizie, tradimenti, beghe familiari e affetti che fanno difetto (nuclei disfunzionali e liti per denaro tra parenti-serpenti erano già in Paradiso Amaro, “The Descendants”, 2011).

Nebraska 2“Due giorni da Billings a Hawthorne? Devi aver viaggiato in retromarcia” sfottono i cugini Bart e Cole (tutto grasso, ignoranza e motori) sulla guida sicura di David. Andando all’indietro, a ripercorrere origini e segreti del passato paterno, si può dire che i due bifolchi ci abbiano quasi azzeccato.

Lungo il tragitto, si osserva dal finestrino ciò resta dell’America: appunto solo resti, scorie di un paesaggio ancora magnifico (splendido il bianco e nero in effetto acciaio luminoso della fotografia) ma sbiadito, pullulante di detriti umani cresciuti insieme all’erba alta.

Natura selvaggia e vitalità pietrificate. Un Paese scolpito nella roccia e poi abbandonato a se stesso. Come i volti del  Monte Rushmore: calco ingiallito, iconografia succursale e appena degna di uno sguardo per Woody. “L’unico vestito è Washington, e a Lincoln manca pure un orecchio. A un certo punto si sono stufati” e il lavoro è rimasto a metà, il sogno americano mai veramente portato a termine.

C’è il deserto là dove vibrava la provincia agreste fatta di fienili, fattorie, capanne, praterie e allevamenti. Umanità sanguigna, rozzamente genuina, bonariamente ingenua e generosa che rivive nell’ironia grezza e colorita della moglie di Woody, che recita una divertente e scollacciata spoon river (donne laide, vacche, porche, uomini pecoroni arrapati senz’altro da fare che bere birra davanti  al posteriore dei maiali) passando in rassegna le lapidi di famiglia (spassosa anche la scena del furto del compressore). Oggi, solo un consorzio di grettezza, avidità e miserie.

Vita allo stato brado e libertà nei grandi spazi immobilizzate (le “soggettive” dal televisore sui nuclei familiari sul divano, come nel finale di Paradiso Amaro, stanno diventando frequenti in Payne). Recintate in terre chiuse da speculatori e banche del Midwest spuntate fuori ad ogni angolo.

Resistono solo bar e taverne. Il resto spazzato via da truffatori che oltre al danno ti lasciano anche la beffa di un cappellino-omaggio con scritto in testa che sei tu il vincitore.

Nebraska 3 Nebraska riflette su un passaggio (generazionale) di consegne andato a vuoto, interrotto e necessariamente ribaltato: i padri si trovano senza niente da lasciare ai figli, ed è quindi David ad intestare un pick-up al padre.

In un mondo di false promesse e subdoli miraggi di ricchezza, in cui tutti chiedono soldi o li prendono con la forza, David si accontenta di risarcire suo padre con la dignità che merita.  In un commovente e umanissimo gesto di riconoscenza e compassione. Queste sì, gli sono state lasciate, e gli serviranno quando sarà lui a rimettersi alla guida.

Immenso Bruce Dern in un canto poetico e malinconico (splendida Their Pie di Mark Orton in sottofondo) sulla bontà d’animo inutile di un uomo che nonostante tutto continua a fidarsi del prossimo.

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