Dallas Buyers Club

AMF_7243 (307 of 376).NEFRegia: Jean-Marc Vallée
Anno: 2014

Texas, 1985. L’elettricista zoticone Ron Woodroof, tutto sesso, alcool e rodei, si scopre affetto da Aids finendo isolato da tutti. Con l’aspettativa di un mese di vita, deciso a non mollare, lotterà contro il sistema per i diritti dei malati di HIV.

Dallas Buyers Club non è soltanto racconto di una true story, ma saggio cinematografico su un corpo in disfacimento, sulla sua ostinata, fiera resistenza. Quello smunto, scheletrito, sgonfiato di muscoli e polpa(cci) di un Matthew McConaughey scarnificato e smagrito fino all’inverosimile.

Anche la trama ne risulta esile e prosciugata, al pari del protagonista. Riversando le sue tematiche (la scarsa percezione della malattia al momento della sua massima diffusione, la diffidenza, l’esclusione e il disorientamento che ne consegue, la colpevole ambiguità e l’affarismo insensibile di Stato, medici e multinazionali farmaceutiche nella ricerca della cura), diagnosticando virus, vulnus sociali e anomalie del Sistema sul terreno di un corpo attoriale usato come cavia per l’analisi di un periodo di Storia americana.

La regia di Valléè pedina il personaggio condividendone l’affanno. Prostrata su un dead man walking deambulante in equilibrio precario. Perlustrandone la fisicità ossuta che lascia intravedere ora sofferenza, ora ferrea determinazione.

Anche sviluppi e istanze narrative si innestano come una flebo su singhiozzi, pause, sussulti e (ri)cadute di un corpo che finisce spesso KO. Con un fischio sonoro e il blackout dello schermo nero a far perdere sensi e continuità della messa in scena.

filmz.ruCorpo rozzo che suda, ansima, si accoppia selvaggiamente scalpitando come un toro imbizzarrito all’ingresso dell’arena (le semi-soggettive in penombra attraverso le fessure della staccionata del rodeo). Poi, basta un rapporto non protetto per perdere il sostegno di amici ottusamente omofobi.

E compromettere ogni contatto con un mondo trincerato dietro asettiche mascherine di incomunicabilità, a distanza di sicurezza, come fanno i medici mettendo Ron al corrente della malattia. Bestia nera che (ancora) non si può sconfiggere, ma solamente provare a domare, il più a lungo possibile. Difficile quanto restare in sella ad un toro per più di otto, lunghissimi secondi.

Ron ci prova improvvisandosi venditore di medicinali non autorizzati, eppure più efficaci di quelli somministrati per legge. Il “club degli acquirenti” diventa crocevia di ricette e umanità genuine. In uno Stato che contrabbanda disinvoltamente farmaci tossici come grassi e calorie in un grande supermarket indifferenziato.

Per restare aggrappato alla vita, il corpo di Ron è soggetto a continua rimodulazione. Non solo il suo partner d’affari è un premuroso e dolente transgender (Jared Leto). Lui stesso si cimenta con il trasformismo: spacciandosi per prete malato di cancro, business man internazionale, improbabile medico i cui pazienti sono omonimi dei giocatori dei Dallas Cowboys.

Ma del resto con nomi, facce ed icone (che non siano una modella da calendario sdraiata sulla motocicletta) Ron proprio non ci sa fare, se addirittura scambia Rock Hudson per il protagonista di Intrigo Internazionale (1959) di Hitchcock. Il grande attore (morto di Aids proprio negli anni del film) per lui è solo una checca rivoltante, in cui non può rintracciare il simbolo delle contraddizioni di uno sterminato paese capitalista, quel Texas descritto ne Il gigante (1956) che è la stessa patria conservatrice di Ron.

Dallas Buyers Club 3Funziona tutto bene, dunque, in Dallas Buyers Club? Forse no, ma tanto è bastato per calamitare l’attenzione dell’Academy, che ha fregiato il film di ben sei nomination agli Oscar.

L’interpretazione immersiva di McConaughey è sicuramente eccezionale. Il dubbio sorge su fino a che punto il film riesca a fare di un corpo rimodellato il luogo privilegiato per un discorso politico davvero scomodo e provocatorio (per restare a McConaughey, è quello che faceva William Friedkin in Killer Joe, 2011, plasmandone il corpo da belloccio ammansito in quello di un feroce assassino, al servizio di una profonda critica della società e del suo nucleo centrale, la famiglia).

Lo sfibramento fisico di Ron è certo impressionante, ma troppo spesso rimane una semplice suggestione visiva, epidermica. Offerta allo spettatore stupito di fronte all’assottigliamento del divo in pettorali. Addomesticata, mai profondamente radicale e spinta agli estremi. Cosa che ad esempio avveniva in un film come Hunger (2008) di Steve McQueen, disturbante saggio sul corpo come ultima forma di resistenza umana e politica. Un’opera completamente ignorata  dall’Academy, insieme alla performance di Michael Fassbender ridotto a scheletro come qui McConaughey (seppur per motivi diversi).

Viene allora in mente la teoria dell’attore Kirk Lazarus di Tropic Thunder (2008): in soldoni, per una buona accoglienza, almeno a  Hollywood, ok ai semi-ritardati alla Rain Man o Forrest Gump. Ma i ritardati completi, come Sean Penn in Mi chiamo Sam (2001), restano a mani vuote agli Oscar.

Parafrasando, d’accordo ai corpi devastati, scavati da piaghe e malattie (dell’individuo e del sistema), ma fino a un certo punto, con dei limiti, senza esagerare troppo. E dunque, in fin dei conti, accontentare tutti senza nuocere a nessuno.

Film coinvolgente, ma poco coraggioso.

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