Bling Ring

Regia: Sofia Coppola
Anno: 2013

Fra le colline californiane, un gruppo di ragazze e un amico si intrufolano nelle ville deserte dei vip di Los Angeles, rubando vestiti, auto, soldi e gioielli sfarzosi. Il fascino per il glamour e la bella vita si trasformerà in ossessione…

Il teen-movie se la (s)passa decisamente bene. Oppure dannatamente male, dipende da come lo si guarda. Resta che di recente alcuni autori del cinema americano indipendente l’hanno adottato e decostruito, per mostrarne un volto inconsueto e pessimista. Uno spaccato di solitudini e freddo nichilismo lontano anni luce dai giochetti ammiccanti, dalle goliardie demenziali e dall’atmosfera spensierata delle scorribande teen.

Così è stato per Harmony Korine con l’allucinante trip cinematografico di Spring Breakers – Una vacanza da sballo (2013). E così è anche per Sofia Coppola nel suo chiacchieratissimo Bling Ring (“The Bling Ring”), che a ben guardare ha davvero molto in comune con l’opera di Korine.

A partire dall’incipit, con la potente traccia electrodance a spezzare di colpo il silenzio felpato (i ragazzi entrati di soppiatto in una casa) in un montaggio veloce sui veri protagonisti del film: borsette, vestiti, collane, rossetti, profumi e scarpe luccicanti a profusione (che nel vestiario della maison di Paris Hilton abbondano come già negli stanzoni sfacciatamente pop di Marie Antoinette, 2006), tra fugaci scatti patinati sui social network e passerelle televisive.

Se Spring Breakers si lanciava in ralenty dentro un’orgia liquida e strusciante di colori e carne vogliosa e sudaticcia, Bling Ring si addentra in rapida successione in una ammasso di ostentata oggettistica kitsch. Idoli e icone santificate e ridicolmente svilite al tempo stesso.

Ciò che Spring Breakers fa ai corpi, Bling Ring mette in atto su oggetti superficiali, indosso a vite ancora più superficiali: li demistifica, mettendo a nudo il vuoto dietro le paillettes, gli occhialoni scuri e la (finta) pelle di leopardo.

Eppure, questo “catalogo” di feticci vip è l’unica traccia concreta che rende viva e presente per i cinque ragazzi un’entità altrimenti invisibile, inconsistente: lo sfrenato lifestyle dei ricchi e delle star dello show-biz californiano, sempre fuori dalle loro case di bambole ordinate, templi zeppi di status symbol di plastica ma privi di autentico vissuto.

Un po’ come per il Johnny Marco di Somewhere (2010), altro personaggio sempre altrove, con la testa e con lo sguardo, che riesce a sentirsi vivo solo dentro il suo giocattolo, quella Ferrari scura su cui gira a vuoto e a tutto gas nel deserto degli affetti.

Sofia Coppola, per rappresentare quest’immedicabile nichilismo contemporaneo (giovanile ma non solo, si veda l’agghiacciante figura di una madre trainer spirituale da barzelletta e mental coach delle figlie), seguendo l’impostazione di Spring Breakers, non può far altro che abdicare ad una costruzione narrativa e ad uno stile propriamente cinematografici, lasciando che il film venga fagocitato da un linguaggio altro: quello schizofrenico, di emozioni usa e getta, frammentato e decentrato di social network, portali web, servizi e canali Tv che seguono il glamour e le facezie delle colossali nullità della movida hollywoodiana, e del suo giovane pubblico in adorazione.

Un linguaggio costruito, che nella testa dei protagonisti e per gli occhi dello spettatore diventa “mondo”, l’unica realtà a godere di pubblico riconoscimento, e l’unica in cui potersi riconoscere. Un modo di rappresentare, e di rappresentarsi, ormai identificabile con la vita stessa.

“Mi piacerebbe avere una marca per il mio stile di vita”, confessa il giovane Mark alla nuova amica. Non una banale ricerca di ricchezza, il compulsivo desiderio di possesso di un cleptomane. Ma un’intera esistenza che si vuole griffata, verniciata e sfavillante come un tacco di Louboutin.

In (sovra)esposizione istantanea e perpetua nei locali dello sballo e nelle seducenti vetrine di Facebook. Non solo firme da indossare, ma corpi da esibire e condividere come un brand, riconosciuti e visibili da tutti. Dunque preziosi gioielli e futili accessori al tempo stesso, presto confusi in una cesta, in mezzo a centinaia di altri, tutti tristemente uguali.

Ecco allora il motivo dell’appello di Nicki/Emma Watson nel finale, il suo tacito ma disperato grido di attenzione: non sono nessuno, ma cercatemi, cliccatemi su Google, non gettatemi nell’oblio.

La regista non condanna e non assolve. La m.d.p. entra in tribunale solo per restarne fuori, concedendo una muta “sfilata” al rallentatore ai giovani che escono dall’aula spaventati, sotto l’occhio di fotografi e telecamere.  Un modo come un altro, anche da sconfitti, per assaporare uno stile di vita folle e burrascoso, quella spinta al godimento e all’autodistruzione sfrenata “alla Bonnie & Clyde”, come la chiama Mark, che continua ad essere la perversa attrazione della società americana.

Film di glaciali sospensioni e brusche accelerazioni, con un grande lavoro sulla fotografia (quella patina di accecante bianco lattiginoso che toglie sostanza ai personaggi, svelandone tutta la fragilità) e una colonna sonora perfetta. Da non mancare.

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