Youth – La giovinezza

locandina

Regia: Paolo Sorrentino

Anno: 2015

Fred Ballinger (Michael Caine), direttore d’orchestra e compositore in pensione, si ritira in un centro termale sulle alpi svizzere assieme all’amico regista Mick Boyle (Harvey Keitel). Nella lussuosa spa i due amici vivono la loro condizione di vecchie glorie nella maniera più diversa: Fred è stanco e annoiato, rassegnato ad una routine fatta di massaggi e passeggiate nei boschi. Niente sembra risvegliarlo, nemmeno la prospettiva di essere nominato Sir e di dirigere la sua canzone semplice n.3 davanti alla Regina d’Inghilterra. Al contrario, Mick è attivo, spiritoso e completamente occupato in quello che sarà il suo film testamento L’ultimo giorno della vita.

Davanti ai loro occhi scorre la grande bellezza della gioventù: la figlia di Ballinger, sedotta e abbandonata e sedotta di nuovo, un attore in crisi artistica, un calciatore di fama internazionale che riemerge dalle acque termali come la venere di Botticelli e persino Miss Universo, in tutto il suo splendore, non si fa mancare un bagno in piscina.

Quando Sorrentino girò La grande bellezza (2013) l’intenzione di fare un film vuoto era esplicitamente dichiarata nelle parole del protagonista, Jep Gambardella (Tony Servillo): “Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?”.

La grande bellezza era esattamente un film sul nulla. Ed è proprio questo che ha fatto sì che funzionasse a dispetto delle critiche. E’ vuoto? Sì. E’ superficiale? Sì. E’ sussiegoso, citazionista e arrogante? Sì, sì e sì. Esattamente come i personaggi e il mondo che vuole rappresentare. Quindi accusarlo di vacuità, in quel caso, non faceva altro che confermarne la riuscita. Beh, certo, pensare che Sorrentino abbia avuto successo laddove Flaubert ha fallito è una cosa che non ti fa dormire tranquillo, ma tant’è…

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. FOTO DI GIANNI FIORITOYouth è la grande bellezza che dai salotti romani si sposta in una spa d’oltralpe, dieci o quindici anni dopo. Jep Gambardella, che con la sua spocchia sapeva essere uno stronzo sofisticato e affascinante quanto basta, adesso è invecchiato e medita sulla fine della vita. E’ sempre spocchioso ma fa finta di non esserlo, perché non sta bene che un vecchietto sia saccente e cagacazzi. Allora nasconde la supponenza dietro alla finta autoironia, alla finta profondità, alla finta consapevolezza dei propri limiti (anagrafici e intellettuali). E se ciò non dovesse bastare per suscitare la misericordia dello spettatore, si può ricorrere ad un bel salto carpiato dalla finestra.

Questo quadro sensibile, misurato, senile incorniciato dal silenzio delle alpi svizzere fa più rumore della caciara romana, ma per i motivi sbagliati. Volendo riflettere sul tempo che scorre, Youth parla allo spettatore, giovane o vecchio che sia, attraverso due voci: il compositore apatico che si trascina in questo mondo senza alcuna passione e il regista che ha ancora qualcosa da dire, ma che non sa più come dirlo. In entrambi i casi, voci senza spessore.

Il tutto con contorno di una gioventù che aforismeggia qua e là: battute di una pretenziosità ingiustificata, neanche degne delle cartoline di San Valentino, ma direi piuttosto delle frasi che si trovano stampate sul retro degli assorbenti. E così il giovane attore in pena per la sua carriera artistica, arriva alla folgorante illuminazione che la vita è desiderio o orrore (ma va?), e Miss Universo – bella e pure intelligente, guarda un po’ – destabilizza tutti con frecciatine da consumata intellettuale radical chic. All’apice dell’autocompiacimento, il regista napoletano mette in bocca ad una bambina di dieci anni (o giù di lì) la massima di vita “nessuno a questo mondo si sente all’altezza”.

Nessuno tranne Sorrentino.

Ma poi all’altezza di che cosa??

youth-la-giovinezza-sorrentino-3-656106_tnParadossalmente le parti più riuscite di questo film sono anche quelle meno sorrentiniane (leggi meno stressate dalla pretesa di essere geniali): il discorsetto che la figlia di Fred (interpretata da Rachel Weisz) fa al padre durante un trattamento con i fanghi, è puro, diretto, semplice e perciò arriva come qualcosa di autentico. Involontariamente autentico.

Molto meno autentica (comprensibilmente) è l’apparizione del deus ex machina, la star che Mick vuole a tutti i costi nel suo film-testamento, colei che nella vita si è fatta da sé, Brenda Morel, una Jane Fonda mummificata per l’occasione. Si accende un barlume di speranza quando l’attrice rifiuta la parte nel film suggerendo al regista che trattasi di una cagata pazzesca di fantozziana memoria. E qui speri nell’autoreferenzialità e in un sincero moto ironico.

Purtroppo temo che le cose non stiano così. Sorrentino crede fermamente di essere un genio. Forse lo è o lo è stato, ma sicuramente, da quando ha vinto l’Oscar, glielo dicono in molti. E quelli che non glielo dicono sono gli stessi che sputerebbero su un Pollock perché ritengono che sia solo uno scarabocchio colorato. Come li capisco.

Manierismo registico tendente all’infinito, che per la prima mezz’ora ti fa credere che anche questo film potrebbe essere un semi-capolavoro (come Il Divo, 2008 o This must be the place, 2011, ad esempio), ma dal trentunesimo minuto in poi ti lascia la certezza che no, è solo Sorrentino che si piace tanto tanto. E all’ennesima ripresa fatta a pelo d’acqua, in slow motion, con angolature dall’alto, con giochi di luci e ombre che si abbattono con lo stesso afflato lirico su un concerto di musica classica, una vacca alpina e le tette di Miss Universo, puoi solo pensare: “bravo eh…ma adesso me la fai una cazzo di inquadratura normale?!?”.

youth caine

Youth ha creduto di essere figlio di Fellini almeno quanto la canzone semplice n.3 si crede figlia di Morricone, quando in realtà, a detta dello stesso Fred Ballinger, è solo un componimento insignificante. Togli la cantante lirica, togli le infiorettature del caso e ciò che ti rimane è una musichetta leggera e banale. Come questo film.

Michael Caine pontifica a inizio film: “la leggerezza è una perversione”. Sì, caro Paolo Sorrentino, non sai quanto.

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