The act of killing

The act of killing

Un’immagine visionaria da “The act of killing”

Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012

Nel 1965 le forze armate indonesiane rovesciarono il governo del presidente Sukarno con un colpo di Stato. Gli oppositori alla dittatura militare, accusati di comunismo, furono uccisi a migliaia dall’esercito e dagli squadroni della morte guidati da gangster come Anwar Congo e Adi Zulkadry. The Act of Killing presenta quell’eccidio dal punto di vista degli esecutori, in una straordinaria riflessione meta-cinematografica sul concetto di “potere”.

Presentato in anteprima italiana al Biografilm Festival 2013 (dove ha vinto il Lancia Award) e proiettato nella versione Director’s cut (159 min) al Milano Film Festival 2013, esce nelle sale italiane The act of killing, la nuova opera dell’autore di The Entire History of the Louisiana Purchase (1997) e Several Consequences of the Decline of Industry in the Industrialised World (2008).

È difficile classificare The act of killing come appartenente ad un genere specifico perché questo film mina alla base la distinzione tra fiction e documentario.
E’ vero che questa è una tendenza che il cinema contemporaneo sta manifestando sempre più spesso, ma abitualmente è la fiction a cercare di rendere il più realistico possibile lo spettacolo che mostra. Ciò accade soprattutto nel genere horror, dove tale soluzione è usata per accrescere gli aspetti terrificanti allo scopo di rendere più giustificata quella “sospensione dell’incredulità” che costituisce il patto fondamentale tra l’opera cinematografica e il suo spettatore. Gli esempi a supporto sono numerosi: bastino in questa sede la saga di Paranormal Activity (dal capostipite di Oren Peli del 2007 al quarto capitolo del 2012 di Ariel Schulman e Henry Joost) e i film della serie Rec (quattro capitoli diretti da Jaume Balagueró e/o Paco Plaza tra il 2007 e il 2012).
Oppenheimer compie l’operazione opposta, spettacolarizzando la realtà nel senso letterale del termine.

I protagonisti del film

I protagonisti del film

Partendo dall’idea base di avvalersi delle dirette testimonianze dei carnefici, secondo una logica narrativa presente anche nel film Camp 14 – Total control zone di Marc Wiese (2012), Oppenheimer si spinge oltre e azzarda qualcosa di veramente innovativo. Non solo rende dicibile l’indicibile ma anche visibile l’invisibile (e il non-mostrabile): l’autore racconta l’orrore del massacro indonesiano inscenando davanti ai nostri occhi quell’orrenda realtà che è così poco nota in occidente. Gli aguzzini stessi, Anwar Congo e Adi Zulkadry, ricreano per il regista e per noi spettatori i loro efferati delitti, le atroci torture a cui sottoponevano gli oppositori al regime. Il delitto vero e proprio non si vede mai, ma il regista e i suoi attori (attori di una messa in scena nella messa in scena, geniale creazione di Hoppenheimer) si spingono così vicini alla sua mostrazione che allo spettatore sembra di vederlo.
L’incredibile, assurda (ma solo apparente) complicità tra i performer e il regista si inserisce perfettamente nell’ottica e nella filosofia del regime, dove la tendenza alla glorificazione dei leader è fondamentale e attuata con ogni mezzo. Essa inoltre è il mezzo ideale per rispondere anche alle domande che il regista si è posto nella realizzazione del film: come vedono sé stessi questi assassini? Come vedono il loro agìto e le loro vittime? Come vogliono essere visti?
Oppenheimer ha ottenuto la collaborazione dei protagonisti presentando il film come un ritratto pubblico delle gerarchie militari al potere. Non era una menzogna, ma era inevitabile che alla visione del prodotto finito Anwar e compagni manifestassero qualche dubbio in merito alla ricezione del documentario presso il pubblico indonesiano e internazionale. Se l’intento che li aveva guidati nelle loro messe in scena era quello di glorificare sé stessi e le loro azioni passate perché avevano liberato il Paese dal pericolo comunista, rivedendo le sequenze in cui simulano i propri crimini non possono non percepire un che di disforico quando il film di Hoppenheimer compie un ulteriore passo nel delirio, ovvero quando gli assassini giungono ad impersonare le loro vittime. E’ rivedendosi in questa veste che Anwar si sente male, mostrando un dubbio sul proprio operato, quasi un tormento, un ripensamento, un senso di colpa non completamente riscattato dalle insensate giustificazioni politiche.

La ricostruzione di un omicidio

La ricostruzione di un omicidio

Questo film di Oppenheimer è straordinario, ricchissimo di implicazioni etiche, non soltanto perché esso colpisce così radicalmente lo spettatore da sconvolgerlo, ma per due ragioni assai più importanti.
La prima è di natura artistica e cinematografica.
Anwar e compagni, prima di essere reclutati come capi degli squadroni della morte, vendevano biglietti del cinema nel mercato nero. Hoppenheimer fa leva sulla loro passione cinefila in modo da spingerli a ricostruire gli omicidi secondo i canoni dei film gangster o western che a loro piacevano. The act of killing riflette così sull’essenza primaria del cinema come possibilità di visualizzare l’immaginazione e sul suo potere di ricreare la storia e le ideologie, nonché sulla sua capacità di influenzare la percezione del passato in chi di quella storia è stato primario artefice.
La seconda è di natura filosofica e morale.
The act of killing richiama le riflessioni di Hannah Arendt sulla banalità del male sia per la somiglianza della situazione che le ha originate (il processo Eichmann e il genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale) con lo sterminio degli oppositori politici in Indonesia, sia soprattutto per la freddezza, l’asetticità e il distacco che emergono dalle parole dei carnefici. Essi sono solo parzialmente lucidi nel giudicare le proprie azioni nel momento in cui le rivedono attraverso uno schermo, diventando loro stessi, come noi spettatori, ennesimi testimoni di quella banalità del male che il cinema, per fortuna, riesce ancora a metterci davanti agli occhi.

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