Room

Regia: Lenny Abrahamson
Anno: 2015

Nascere e vivere in una stanza per cinque anni. E’ quel che accade a Jack (Jacob Tremblay), figlio della giovanissima Joy (Brie Larson), anni prima rapita e violentata. Vivono in 3 metri per 3 di stanza, entrambi completamente isolati dal mondo esterno.

Jack non ha mai conosciuto una famiglia, non ha mai visto un albero, le foglie, un prato; non ha mai respirato l’aria di una limpida giornata di sole. Il suo mondo è tutto all’interno di una squallida stanza e la sua famiglia è Joy, che lui chiama semplicemente Ma’. Jack guarda la televisione, ma sa che ciò che vede in quella scatola è finto, non è la realtà, come gli dice la madre. Sopra la sua testa c’è un piccolo lucernario, dal quale può solo osservare con curiosità stranita un brandello di mondo.

Nella stanza ogni cosa ha un nome e tutto viene trasfigurato dalla fantasia di un bambino: perciò ci sono “Rubinetto”, “Vasca”, “Armadio”, “Lampada” e sono loro gli amici di Jack. In questo microcosmo Ma’ è madre, amica, compagna di giochi e niente sappiamo di ciò che le è successo prima. Ogni tanto compare un uomo di poche parole, Old Nick, che porta cibo o altre necessità e che a volte dorme con la donna, ma per il piccolo Jack tutto pare procedere secondo un ordine naturale in quella stanza.

Le cose cambiano quando, il giorno del suo compleanno, Jack, ignaro fino a quel momento di tutto, riempie la madre di domande sul fuori e lei si vede costretta a raccontargli tutto, rompendo quell’equilibrio precario che lo aveva protetto per cinque anni. Sarà allora che le vicende prenderanno un’altra piega, sino ad arrivare alla liberazione dei due e all’arresto di Old Nick, rapitore e aguzzino.

Come spesso accade in queste circostanze, l’orrore vive tra di noi, nel quotidiano; scoprire che la stanza in cui erano segregati madre e figlio altro non è che un capanno da giardiniere, un ripostiglio alle spalle di una villetta in una tranquilla zona di un piccolo paese di provincia, forse ormai può stupire poco. Il racconto, infatti, non si sofferma su questi dettagli. Poco importa anche chi sia il carnefice, la sua storia non viene rivelata e nemmeno la sua fine dopo l’arresto.

Il vero dramma, che si aggiunge all’orrore vissuto, sta ora nel tornare alla normalità, ad una realtà che fa paura più alla madre che al bambino. Per lui infatti tutto è nuovo e, pur con titubanza, si avvicina progressivamente al mondo con curiosità e in punta di piedi, fragile come una porcellana finissima, sensibile come la sua bianca pelle che ancora non deve esporsi troppo al sole.

E’ Joy ad avere difficoltà a reinserirsi nel flusso di tutti i giorni: affrontare la famiglia, con cui pare non avesse un buon rapporto già da prima; le amiche di scuola, ormai presumibilmente al college o in procinto di sposarsi. Una vita normale non sembra possibile con quel che è successo e soprattutto con quel bambino che resterà sempre presente per ricordarle le violenze subite. Non sarà facile per lei riadattarsi a quel fuori molesto e ostile, dal quale la stanza in qualche modo la proteggeva. Il film indaga con lucidità l’elaborazione del suo malessere, lasciando aperto solo nel finale un varco per una possibile speranza nel futuro.

Il film è chiaramente diviso in due parti; quella più riuscita è la prima, che, pur nell’orrore, delinea un mondo parallelo abitato da due anime sfortunate e delicate, che catturano da subito l’attenzione e la sensibilità dello spettatore. La a seconda risulta qua e là didascalica, perchè a tutto quel che è successo prima si cerca una spiegazione; viene raccontato in modo un po’ macchinoso il difficile rapporto tra Joy e i genitori e il suo reinserimento nell’ambiente famigliare e sociale. Di conseguenza, la pellicola rischia a tratti di imbattersi in momenti drammaturgicamente meno intensi e originali, ma nel complesso il film è senz’altro riuscito e con due attori che recitano benissimo e in perfetta sintonia.

Tratto dal romanzo di Emma Donoghue del 2010, uscito in Italia con il titolo Stanza, letto, armadio, specchio, il film ha la sceneggiatura firmata dalla stessa autrice. Dopo essere stato presentato nel corso di diversi Festival, si è imposto all’attenzione del grande pubblico, grazie anche alle quattro nomination agli Oscar 2016 ed alla meritata statuetta vinta da Brie Larson come miglior attrice protagonista.

Il regista, l’irlandese Lenny Abrahamson, finora noto ai più per l’originale Frank (2014), segue con attenzione il dialogo affettivo tra madre e figlio, evitando accuratamente scivoloni melensi o lacrime facili; ricostruisce con linguaggio equilibrato e diretto uno scenario – la stanza che dà il titolo al film – quasi fiabesco, di cui il piccolo Jack rappresenta il principino.

Oltre a Brie Larson (Scott Pilgrim vs. the world (2010), Rampart (2011), Don Jon (2013)), e al piccolo Jacob Tremblay (I puffi 2 (2013)), nel cast si ritrovano con piacere Joan Allen (Tempesta di ghiaccio (1997), The contender (2000), The Bourne Supremacy (2004)) e William H. Macy (Boogie Nights (1997), Magnolia (1999), The cooler (2003)), che anni prima erano già stati marito e moglie, in un contesto ben diverso, in Pleasantville (1998).

Nel panorama che oggi offre la cinematografia, Room è uno degli ormai rari film di “sostanza umana” che arrivano direttamente a comunicare con il pubblico, toccando con garbo e intelligenza le sue emozioni.

 

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