Pays Barbare

Regia: Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi
Anno: 2013.

Film d’autore estremamente complesso, consigliato ai cinefili incalliti con passione per storia (e magari teorie semiotiche sull’interpretazione), Pays Barbare è un mediometraggio insolito, anomalo. Costruito sfruttando un minimalismo estremamente espressivo poiché basato sulla sottrazione-selezione più che la saturazione. Alla stregua della lezione bressoniana su di un cinema fatto di frammentazione, poiché là, Eisenstein docet, giace il significato.

Esplode da un’implosione di fotogrammi dunque un racconto a spirale che con l’unico ausilio di immagini di repertorio tratteggia la controstoria dell’assurda epopea mussoliniana a partire dagli eventi di piazzale Loreto, mostrati però di riflesso sui volti in ralenti di astanti quando festosi quando pensosi (quando, ed è mediaticamente piuttosto interessante, attratti dalla telecamera), come a rimirar gli echi di un ventennio inimmaginabile; deludendo peraltro, e intelligentemente, la morbosità dello spettatore che attende ansioso il momento del corpo appeso e se lo vede negato senza spiegazione alcuna. E così inizia un film atipico, a metà fra il documentario scarnificato all’essenza verso il più puro atto di mostrazione del documento storico, e la sperimentazione d’avanguardia. Sì, perché mentre le immagini di Libia ed Etiopia scorrono lente e inesorabili, come immortalate nella fissità del loro passato impietoso e a tratti quasi ridicolo, musiche tribali (o triviali) irrompono mansuete e versi strascicati in un francese volutamente imperfetto tentano di restituire senso all’insensatezza degli orrori della guerra. Una guerra mai realmente esibita nel suo farsi, ma costantemente rivelata nelle sue periferie.

Mirabili sono dunque gli effetti che sortiscono da un progetto di questo genere che spiazza lo spettatore, lo stringe in una morsa talmente realista da apparire in extremis surreale, dai silenzi oscuri dell’incipit all’ecatombe sonora di un finale onirico, sgranato (come del resto buona parte dei frammenti nel corso dell’opera), a suggellare un paradosso che s’è fatto realtà. Innumerevoli gli interrogativi estetici che scaturiscono da questi sontuosi esempi di cinema indipendente, ma basti a congedarsi il seguente: che ruolo assume quindi l’arte nella comprensione degli eventi storici?

Grazie ai registi, per questo prezioso dono cognitivo. Pays Barbare si configura dunque come un’analisi storica puntuale ed originale amalgamata ad una straordinaria esperienza emozionale, che necessita di una visione dei fatti storici rappresentati precisa e consapevole. Un elogio alla consapevolezza è in effetti quel che si legge quando si scende in profondità fra le righe dell’enigmatico découpage lucidamente issato dai due registi, quella consapevolezza che si raggiunge grazie all’esercizio di una memoria costantemente messa in discussione e riveduta. Quella consapevolezza che per ellisse è palesemente mancante nei momenti del colonialismo fascista, così crudamente messi in scena nella loro assurdità.

Certamente di Pays Barbare non ne parleranno i telegiornali, ma è una perla che il Torino Film Festival non si è fatto mancare, da sempre attento ai panorami filostorici di un certo cinema indipendente. 65 minuti caldamente consigliati, per le attività di coscienza che sono in grado di accendere.

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