La variabile umana

la-variabile-umanaRegia: Bruno Oliviero
Anno: 2013

Se due indizi fanno una prova, due banalità fanno un flop, ma procediamo per ordine.

In ogni film poliziesco americano le costanti sono: il caso della vita al poliziotto protagonista, arriva sempre l’ultimo giorno prima della pensione, solitamente c’è una casa al lago che ha appena finito di pagare, il proiettile che stava per ucciderlo viene deviato dalla Bibbia nel taschino, il barbeque il sabato, poi c’è sempre una partita da vedere non importa quale sia lo sport,  e la tazza di caffè sempre in mano. Ma le costanti più costanti, per concludere con le originalità: il poliziotto non si è più ripreso dalla morte della moglie, e di conseguenza il rapporto con la figlia/o è disastrato.

Chiaro è che, la trasposizione in poliziesco italiano comporta delle difficoltà, la pensione in questo paese non arriva mai, la casa a lago di Scanno non suona proprio bene, così come il proiettile deviato da un Vangelo. Il barbeque si fa la domenica, lo sport è sempre e solo uno, e andare in giro con una tazzina da espresso farebbe solo ridere. Rimangono gli ultimi due crediti disponibili e il regista Bruno Oliviero insieme agli sceneggiatori Doriana Leondeff e Valentina Cicogna, devono aver pensato di sfruttare quelli come vena aurifera senza accorgersi che partire da una miniera scarica non può condurre che in un vicolo cieco. Un vicolo cieco però il film non lo è per lo spettatore il quale se non si è distratto troppo con le pubblicità prima del film, può già intuire quale sarà la storia e dove andrà a parare la narrazione. Basta il tempo di un cortometraggio.

A parte quindi la storia, un altro eccesso di originalità è dato dal Dolby, la macchina da presa che dovrebbe rendere l’idea del movimento e spesso della fuga fa più confusione ancora e non fa bene il suo mestiere, non aiuta alla fruibilità, del resto non è un dogma che quando corre il personaggio debba correre anche l’operatore. Vale la stessa cosa per la fotografia che forse voleva rendere con toni cupi l’ambiente più noir, il punto è che il film non ne esce cupo, ma scuro nel vero senso della parola, e solitamente i gatti non vanno al cinema.

Giuseppe Battiston interpreta Carlo Levi, non l’autore di Cristo si è fermato a Eboli, ma un poliziotto buono e comprensivo, Sandra Ceccarelli è l’algida moglie di Ullrich, il morto, ed eccetto loro due il resto del cast ne esce con le ossa rotte. Persino il sempre bravissimo Silvio Orlando (a cui è destinata la parte del poliziotto fatale Monaco), non fa la sua solita figura, eccetto che in alcuni momenti in cui la sua maschera sovrasta tutto e tutti. Alice Raffaelli (Linda Monaco), regge bene la prima parte e poi crolla inesorabilmente insieme a tutto il palazzo le cui fondamenta sono fradice all’interno.

L’esordio non è mai facile, questo si sa, ma Oliviero che è un ottimo documentarista ha comunque del talento, speriamo che in futuro non abbia l’esigenza di strafare con dei tecnicismi inutili come è avvenuto ne La variabile umana, film di cui la cosa più bella rimane il titolo.

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