La storia della principessa splendente

principessa-splendente-kXtD-U10303449266266IgC-640x320@LaStampa.itRegia: Isao Takahata
Anno: 2013

Un giorno un tagliatore di bambù trova nel germoglio di una pianta una minuscola creatura vestita come una principessa. Stupito, l’uomo porta a casa dalla moglie la piccola e questa si trasforma in una neonata a grandezza naturale. I due coniugi, senza figli e non più giovani, interpretano il fatto come un segno del cielo e decidono di crescere la bimba come una figlia. Tornando nel bosco, tempo dopo, l’uomo vede uscire da una canna di bambù dell’oro e successivamente una miriade di preziosissime stoffe colorate. Non ci sono più dubbi: per l’uomo la piccola è una creatura divina e deve diventare una principessa.

La bimba intanto cresce a vista d’occhio e fa amicizia con i ragazzi del villaggio di campagna dove abita, vivendo a stretto contatto con la natura. Non durerà a lungo questo periodo spensierato, perché il tagliatore di bambù si trasferisce in città con la famiglia in un sontuoso palazzo e la piccola viene costretta a crescere come una principessa, educata da un’istitutrice che le insegna le buone maniere, a vestirsi come si conviene, a scrivere e a suonare. Lontana dalla campagna e dagli amici, soprattutto dal “fratellone” Sutemaru, la fanciulla perde la gioia e la spontaneità quotidiana e come se non bastasse un gruppo di maldestri ma ricchissimi spasimanti si presenta a chiederla in sposa.

Il regista Isao Takahata (La grande avventura del piccolo principe Valiant, 1968, Una tomba per le lucciole, 1988), storico collaboratore di Hayao Miyazaki, nonché co-fondatore del celebre Studio Ghibli, porta sullo schermo un’antichissima fiaba giapponese del X secolo, adattandola perfettamente allo spirito delle produzioni Ghibli. Riprendendo un’idea che aveva già sviluppato più di cinquant’anni fa per la Toei Animation, ma che non si tradusse in film, Takahata realizza un lungometraggio animato di ampio respiro con disegni interamente eseguiti a mano, dai tratti semplici, come realizzati a carboncino, e da raffinati colori acquerello, vicini all’animazione delle origini.

La storia della principessa splendente, strappata alla natura e costretta ad una vita monotona, incasellata in un ruolo che non desidera, è attualissima. Kaguya, così si chiama la fanciulla (ma l’edizione italiana ne omette il nome), sogna di continuo la vita a contatto con la natura, i giochi con gli amici, l’affetto per il giovane Sutemaru, e vive con sofferenza quella vita a cui è stata destinata: il rito del trucco, gli ingombranti vestiti, l’arte della scrittura. Si adatterà suo malgrado a tutto questo, ma in lei resterà viva quella luce interiore che è la sua indipendenza, la sua libertà, ancor più scintillante di fronte a chi la vorrà in sposa. Kaguya sfuggirà alle lusinghe di uomini pur ricchi, ma ottusi e tronfi, ribadendo così la forza del suo modernissimo e controcorrente spirito di donna.

I 137 minuti del film scorrono attraverso una narrazione fluida che parla di una storia semplice e profonda al tempo stesso, con personaggi ben tratteggiati nei loro atteggiamenti e nelle loro scelte. Al centro di tutto, l’animo nobile della principessa splendente, il suo amore per la semplicità e la bellezza della natura e la sua struggente nostalgia per un tempo passato e forse perduto per sempre, dove c’era gioia e il cuore batteva d’amore.

La mente di Kaguya torna spesso a quel passato reso mitico dai suoi sogni e dalle sue fantasie, che talvolta La-storia-della-principessa-splendente-2si sovrappongono alla realtà, e ad un’infanzia che esaltava la purezza dei sentimenti a contatto con la natura. Il suo presente è grigio e privo di armonia, dominato dall’avidità e dalla falsità degli uomini, cui non si sottrae nemmeno il buon padre, che, pur a fin di bene, pensa al prestigio di un matrimonio d’interesse.

La pellicola sviluppa temi cari alla poetica di Miyazaki, a cui, anche se con differenze formali, sembra rendere omaggio sotto diversi profili. La principessa splendente, pur non essendo una guerriera, ha un animo forte come Mononoke (Principessa Mononoke, 1997) e come lei prova un amore puro per la natura e per un giovane di altrettanto nobili sentimenti; allo stesso tempo attraversa una fase di crescita e maturazione a contatto col mondo meschino degli adulti, come la piccola Chihiro de La città incantata (2001). E paralleli si potrebbero ancora fare con alcuni personaggi delle serie animate del duo Miyazaki-Takahata, dalla Lana di Conan (1978) ad Heidi (1974), anche lei costretta a lasciare gli amati monti e gli amici per andare in una grigia città e obbedire a regole imposte.

Il lieto fine è a metà; la principessa ribadisce la sua libertà, ma il suo destino è altrove, in una dimensione ultraterrena, dove la visione del mondo è distaccata e dimentica delle esperienze vissute fra gli uomini. Troppa è la differenza tra i due universi. Ma il bene coltivato e ricevuto non si cancella e quell’ultimo struggente sguardo rivolto alla terra, mentre Kaguya torna su nel cielo, rivela quanto l’amore sia indelebile e perenne.

Stranamente uscito nelle sale per soli tre giorni, il film avrebbe meritato una distribuzione più dignitosa. Da non perdere non solo per gli appassionati di animazione giapponese, ma per chiunque ami il cinema e le storie dai tocchi delicati e poetici, lontano anni luce nello spirito e nelle intenzioni dalle recenti produzioni in computer grafica.

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