Dietro i candelabri

Dietro-i-candelabri-03Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2013

Aveva dichiarato più volte che non avrebbe più fatto film e invece ecco l’ennesima smentita. Steven Soderbergh torna con un film girato per la tv sugli ultimi anni di vita del pianista Wladziu Valentino Liberace, uno dei più popolari showmen in America fra gli anni ’50 e ’70.

Liberace (Michael Douglas) vive una vita di sfarzi, ha una splendida villa con piscina arredata in stile sfrontatamente kitsch (“kitsch monumentale”, per usare le sue parole), abiti eccentrici e vistosi, servitù. Gay non dichiarato, fa entrare ed uscire con disinvoltura dalla sua vita uomini più giovani di lui, finchè incontra Scott Thorson (Matt Damon), un ingenuo ragazzo provinciale e belloccio, addestratore di cani e aspirante veterinario.

È il 1977 e Scott rappresenta per Liberace la bellezza e la giovinezza, che ormai in lui stanno completamente sfiorendo, e così accoglie l’adone biondo nella sua vita, facendo di lui il suo amante, il suo aiutante di scena, il suo alter ego fino a volerlo trasformare in una sorta di figlio, con un’operazione plastica che lo faccia somigliare a sé. Dapprima incuriosito e stranamente attratto da un tipo tanto lontano da lui per modi di fare e stile di vita, Scott rimane ben presto coinvolto nella vita dell’eccentrico pianista e intreccia con lui una storia destinata a durare alcuni anni in una sorta di dipendenza reciproca.

Il film non è esattamente una biografia di Liberace, ma piuttosto una riflessione sul rapporto tra due uomini e sulle dinamiche di un amore nato sullo sfondo dello showbiz di fine anni ’70. Ancor prima di Elton John, Madonna e Lady Gaga, Liberace aveva introdotto un nuovo modo di apparire sul palcoscenico con allestimenti sontuosi e luccicanti, un abbigliamento a dir poco sopra le righe e, ovviamente, un culto strabordante della propria immagine.

Amato e osannato dal pubblico, viveva e si comportava nel modo più esplicito possibile,dietro i candelabri ma non fece mai outing sulla propria sessualità. Nonostante la liberazione sessuale che proprio in quegli anni si stava vivendo, Liberace apparteneva ancora ad un mondo che preferiva tacere cose e forse il meccanismo stesso dello spettacolo non gli avrebbe mai permesso di dichiararsi.

Dietro i luccicanti candelabri di pessimo gusto, esibiti sul pianoforte durante gli spettacoli, dietro gli anelli esagerati, le pellicce, i ritratti pesantemente incorniciati, lo sfarzo da baraccone degli arredamenti si nascondeva la vita di uomo solo, che usava parrucchini cotonati e cosparsi di brillantini, che non esitava a fare ricorso alla più estrema chirurgia estetica per perpetrare una parvenza di giovinezza, che metteva sopra ogni cosa il mito di sé e della sua immagine.

Dietro i candelabri si nascondeva anche la vita di un giovane legato a doppio filo ad un uomo più grande di lui, caduto in qualche modo vittima di un mondo che forse non capiva fino in fondo e che da quel mondo venne fagocitato e poi liquidato con poche parole e squallidi soldi.

Il versatile Soderbergh (Ocean’s eleven, Traffic, Contagion) lascia per una volta il suo stile minimal da autore intellettuale per uno stile più convenzionale, ma di certo non meno interessante. Anche i personaggi, solitamente visti da più angolazioni, sono qui più lineari e più facilmente inquadrabili.

Non che questa sia una pecca del film, che in realtà è molto riuscito nel ricreare un’epoca e un mondo in cui si muovono personaggi bizzarri e ben definiti nei caratteri. Michael Douglas (Wall Street, Basic Instinct, Traffic), dopo un periodo di forzata inattività per malattia, torna in forma smagliante sullo schermo in uno dei ruoli più riusciti della sua carriera: il suo Liberace pieno di moine, sguardi e sorrisi ammiccanti è un pezzo di bravura recitativa. Gli sta dietro un Matt Damon (Il talento di Mr. Ripley, The Bourne identity, The departed – Il bene e il male) non meno incisivo, che passa con disinvoltura da ingenuo bambolotto biondo a cotonato mantenuto, pronto a scenate isteriche di gelosia.

L’amara parabola è inserita in un mondo di finzione e falsità, fragile come la cartapesta, in cui si muovono personaggi bizzarri, che l’occhio di Soderbergh guarda con ironia per nasconderne l’orrore, come il chirurgo plastico drogato e tiratissimo interpretato da Rob Lowe, così tirato che fatica a tenere aperti gli occhi persino quando deve operare. E’ un sipario di parvenze, promiscuità sessuale, opportunismo e ipocrisia, mai ostentatamente messo sotto i nostri occhi o moralmente condannato, ma semplicemente raccontato con equilibrio narrativo. Un mondo in cui persino l’anziana madre di Liberace (Debbie Reynolds), una donnina vestita con abiti dai toni sobri e merletti, è interessata soltanto ai soldi quando gioca con accanimento alla slot machine in casa del figlio ed esige di essere pagata in denaro.

Il film, realizzato per la HBO, è di alta qualità e non risente affatto di quel piattume tipico di certi lavori biografici, soprattutto televisivi. Supportato da una brillante sceneggiatura di Richard LaGravenese (I ponti di Madison County, Freedom writers), basata su un libro scritto da Thorson stesso, il film è stato presentato con successo all’ultimo festival di Cannes.

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