Chiamami col tuo nome

Regia: Luca Guadagnino

Anno: 2017

È una lunga estate calda quella di Elio (Timothée Chalamet), figlio dei Perlman, colta famiglia ebrea americana che vive in un’antica villa rustica nella campagna della bassa Padana nei primi anni Ottanta. Elio, diciassette anni, mostra una maturità più spiccata rispetto ai suoi coetanei. Passa la maggior parte del tempo a trascrivere musica, a suonare pezzi classici al pianoforte e a leggere romanzi. Non ha una vita sociale particolarmente vivace. Gli amici fanno parte di una ristretta cerchia, fra cui anche Marzia (Esther Garrel), coetanea con la quale occasionalmente flirta. In casa è al centro delle amorevoli attenzioni di mamma e papà, un esimio professore universitario di archeologia.

Tutto sembra trascorrere con tranquillità nell’assolata campagna, in una routine quotidiana scandita da colazioni in giardino, pranzi preparati con rustica saggezza dalla cuoca-governante, pomeriggi spesi tra colte letture e bagni al fiume, in un mondo ovattato, che sembra appena scalfito da tutto ciò che sta attorno.
Fino a quando arriva Oliver (Armie Hammer), giovane americano ventiquattrenne, ospite della famiglia Perlman, che ogni anno accoglie studenti per essere seguiti nelle specializzazioni post-laurea.
Non è facile per Elio accettare il nuovo arrivato, biondo e aitante dalla bellezza “sfacciata”, a cui tutto pare riuscir bene: è brillante, estroverso, ha successo con le ragazze, è sportivo e, come se non bastasse, ha il torto di essersi stabilito nella sua camera da letto.

È il 1983 e in provincia le sere estive si passano in piccoli locali all’aperto in compagnia di pochi giovani che, o si lanciano a ballare su un’improvvisata pista animata dal DJ del posto, o stanno ai bordi a guardare e a guardarsi, probabilmente sognando un bacio a lungo sospirato. Oliver si getta nella mischia della vita, balla, anche  se goffamente, ma la sua è pura energia vitale. Elio è invece tra quelli che stanno a guardare e, solo per emulazione, si spinge in seguito nella mischia, ancora privo di esperienza e non toccato dalle alterne vicende dell’esistenza.

E proprio osservando un ragazzo così lontano dal suo vissuto, Elio, dapprima quasi infastidito, ma poi sempre più incuriosito, scopre un inedito desiderio di conoscere e di aprirsi al nuovo in un gioco di sguardi, di detto e non detto e di confronti, che lo portano infine a scoprire dentro di sé passioni mai provate.

Ricambiato da Oliver, Elio inizia una vera e propria educazione sentimentale che ha la forza del desiderio impellente e bruciante, della passione amorosa e fisica. Mentre la realtà attorno a lui cambia, sarà difficile e forse impossibile che tutto torni come prima.

Regista più amato all’estero che in patria, dove non ha sempre incontrato il favore unanime della critica, Luca Guadagnino (Io sono l’amore, A bigger splash) firma con questo film un’opera personalissima, autentica e viva. I sentimenti dei due protagonisti sono veri e il desiderio cresce pulsante sotto pelle in un susseguirsi di incontri, sguardi, corpi che si toccano e si sfiorano per poi inevitabilmente unirsi. Anche la narrazione procede fluida, in un crescendo di emozioni che toccano nel profondo lo spettatore. Perchè Elio è l’adolescente che molti di noi sono stati, le vibranti emozioni che prova hanno turbato anche le nostre esistenze all’arrivo del primo amore che ti sconvolge. È qualcosa di viscerale ed è un po’ come tornare all’origine di tutto.

Il meraviglioso sconvolgimento di Elio, in quell’estate dell’ ’83, non dura per sempre: quelle passeggiate, quel viaggio in montagna al cospetto della natura, quei bagni al fiume, i baci, gli abbracci e la furia dei corpi hanno la fine già segnata, perchè Oliver deve tornare in America, perchè le cose cambiano, perchè le cose più belle finiscono maledettamente sempre. Non è facile tornare alla quotidianità di tutti i giorni quando l’amore ti ha travolto, quando ti sei scoperto, quando capisci che intorno nulla ha più senso, che gli altri non potranno mai darti ciò che solo una persona ti ha dato. Allora non resta che isolarsi quel tanto che basta e poi guardare avanti con occhi nuovi per affrontare una rinnovata vita, che è solo ancora all’inizio, per andare incontro ad altra gente, ad altri amori, con quel ricordo che non ti lascerà mai, impresso per sempre nella mente.

Guai ad alzarsi durante i titoli di coda, perchè il lunghissimo primo piano sul volto di Elio è la parte muta ma eloquente di un finale struggente, delicato e liberatorio.

La sceneggiatura di Chiamami col tuo nome è firmata da James Ivory (Casa Howard, Quel che resta del giorno, The golden bowl), assente dal cinema da qualche anno, che avrebbe anche dovuto dirigere il film, ma si è poi ritirato quando i costi di produzione da lui richiesti sono saliti oltre il previsto. La storia è tratta dall’omonimo romanzo di André Aciman, pubblicato nel 2007. Si inserisce perfettamente nel solco della filmografia di Ivory, che avrebbe forse usato uno stile più letterario, ma anche emotivamente più trattenuto.

Guadagnino, invece, va a toccare proprio l’aspetto più passionale e vivo del desiderio, peccando solo in un paio di scene eccessivamente macchiettistiche (l’arrivo di una bizzarra coppia omosessuale alla villa e una colorita discussione sulla politica italiana tra amici dei Perlman) e in una descrizione a tratti decisamente snob della famiglia di Elio, che oggi avremmo probabilmente chiamato radical-chic. L’occhio del regista si sofferma su dettagli come ricche colazioni in giardino, dove sul tavolo non mancano voluminosi cataloghi d’arte accanto a latte e marmellata e dove ai commensali basta allungare il braccio per cogliere la frutta direttamente dall’albero vicino al banchetto mattutino. La sera, sul sofà accanto al camino, si leggono testi di autori classici e ci si rammarica se nella biblioteca domestica non si trova l’edizione originale in greco antico, ma la traduzione in tedesco.

Momenti e sottolineature che, tuttavia, non vanno a scalfire l’essenza di un film che porta a galla sentimenti sepolti, come quella statua classica in bronzo che riemerge dal lago con tutta la sua bellezza e il suo mistero, che esplora la campagna come luogo dell’anima, che vive l’ambiente della villa con le sue ombre e oscurità notturne, con i suoi silenzi, interrotti solo dal ronzio degli insetti estivi o dal cigolio di una vecchia porta che si apre.  

L’anima di Chiamami col tuo nome sono i due bravi protagonisti Armie Hammer (J. Edgar, Operazione U.N.C.L.E., Animali notturni) e Timothée Chalamet (Interstellar, Hostiles-Ostili, Lady Bird), che recitano con naturalezza e creano un’alchimia pulsante tra i loro personaggi; meritatissima è arrivata la candidatura agli Oscar come miglior attore protagonista a Chalamet, ancora poco noto, ma con una carriera ormai avviata dopo questo ruolo delineato con sorprendenti sfumature. Altre due nomination per la migliore sceneggiatura non originale e per la migliore canzone.

Chiamami col tuo nome, arrivato in Italia dopo la distribuzione internazionale dell’anno scorso, ha già raccolto vari premi e riconoscimenti nei più svariati festival europei ed americani, comprese tre candidature (tra cui miglior film drammatico) agli ultimi Golden Globe.
Una nota, per una buona volta, positiva per il cinema italiano, che sa ancora avere un richiamo ed una vocazione che vanno oltre i confini spesso troppo stretti di casa nostra.

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