Campaign of Hate: Russia and Gay Propaganda

copertinaprogrammaRegia: Michael Lucas

Anno: 2014

Al 29°TGLFF  Campaign of Hate: Russia and Gay Propaganda.

E’ un documento scabro che usa presa diretta, regime stilistico neutro, nudo suono di macchina e un linguaggio strettamente documentario per raccontare una Russia minore e drammaticamente reietta, quella della comunità GLTB che vive all’ombra del Cremlino sotto costante minaccia.

Lucas cuce a mano un patch-work di testimonianze in prima persona e interviste in presa diretta e da vita a una narrazione collettiva drammatica e commovente, fatta dei primi piani espressivi di questi ragazzi e ragazze che altro non chiedono se non un livello di accettabile uguaglianza, di normalità.CAMP OF HATElocandina

Il quadro che ne emerge è davvero sconcertante e si apre con la classica intervista di strada, fatta fermando ignari passanti e interrogandoli sul tema specifico dell’omosessualità e della percezione culturale che che ne hanno. Il campionario di risposte riportate  rivela un ottundente impasto di ignoranza, di religiosità retrograda e malsano indottrinamento ideologico. L’omosessualità è, a seconda dei casi e degli orientamenti personali, un grave peccato contro il Signore Iddio (orientamento mistico-savonarolesco), un atto vietato dalle leggi (orientamento legalista-punitivo), un fatale pericolo per i bambini (orientamento pedagogico-moraleggiante), un comportamento immorale (orientamento giovanardesco-edificante), una malattia grave (orientamento diagnostico-morale) e via dicendo.

CAMPofHATE sfilata bandiereNon c’è tuttavia condanna per queste persone che, mano a mano che si aggiungono nuove testimonianze, risultano essere più che altro vittime di un sistema informativo deviante, frutto di connivenze strategiche tra il potere politico e quello religioso, che utilizzano il tema della diversità degli orientamenti sessuali col fine programmatico di raggaranellare consensi intorno al proprio polo ideologico.

Una campagna denigratoria a tutto campo, creata ad arte fomentando la propensione omofobica antropologicamente implicita nella religiosità popolare dai tratti punitivi tipica di quella tradizione, una strategia della dis-informazione volta a creare una precisa immagine socialmente diffusa dell’ omosessualità, un’immagine del negativo assoluto, per la cui edificazione si è lavorato tanto sul senso morale delle persone (l’omosessualità come atto contrario alla natura umana), che sul senso religioso (l’omosessualità come peccato contrario alla parola divina) e civico (l’omosessualità come atto contrario alla legge e demoniaca influenza dell’occidente) di un popolo che tradizionalmente ha profondo rispetto della propria chiesa e fiducia nella propria classe politica.

La parola malattia ritorna costantemente tanto negli interventi dei vari religiosi e funzionari pubblici intervistati, che, con senso tragicamente diverso, in quelli dei tanti ragazzi che si sono sentiti trattare, appunto, come malati infettivi, gli untori di una nuova peste nera ad alto rischio di contagio.

E proprio questi ragazzi e ragazze che offrono all’obiettivo le proprie testimonianze sono la grande ricchezza di questo lavoro. I loro occhi piantati dritti in macchina, le loro voci screziate di sofferenze, i volti intensi di chi parla di una esistenza ai margini, costretta a mille sotterfugi e compromessi, troppo spesso segnata da indicibile violenza.

LUCASAltro non serve a trasmettere tutto il senso di questa tragedia, Lucas non ha bisogno di lavorare sulle modalità della ripresa o sul montaggio, tutto il significato esprimibile, tutto il sentimento possibile, sono chiaramente leggibili in questi occhi immensamente profondi, a volte disperati a volte pieni di solare coraggio, nei sorrisi amari o forti, nei disincanti e nei sogni che l’obiettivo immobile coglie in tutto il loro valore di auto-evidenza.

Davanti alla macchina sfilano singole, coppie di donne più o meno giovani, trans, ragazzi, uomini, coppie gay di età ed estrazione sociale diverse, rivelandoci un’umanità variopinta e ricca che, aspetta solo di potersi manifestare liberamente nella propria ipseità.

Si compone, allora, un mosaico a più colori in cui alle storie di mostruosa violenza psicologica e fisica si affiancano quelle  di chi ha fondato associazioni, gruppi di aiuto e di consulto, di chi prova a fare informazione sfidando autorità e divieti, di tutti quelli che rispondono con il coraggio e la speranza alle intimidazioni.CAMPofHAtecazzotto

Il documento insiste sull’elevato valore testimoniale e civile di queste prime forme di resistenza culturale, di come stiano riuscendo a costruire una rete di timide speranze, di conoscenza diffusa sul tema, di possibilità di esistenza. Nonostante questo, come fa notare uno degli attivisti intervistati, la più parte del lavoro è ancora da fare e si inquadra nella necessità più generale di un completo rinnovamento di uno stato intrinsecamente violento, che ancora fa prigionieri politici e in cui  la propensione alla discriminazione omofoba è saldamente ancorata a modelli culturali, sociali e ideologici largamente condivisi.

Qualcosa si è ottenuto, a detta di alcuni degli intervistati, ma il prezzo è ancora troppo alto, forse insostenibile, se si pensa al numero di vittime (suicidi, vittime di pestaggi) e mutilati che questa politica causa ogni anno. I tremendi sensi di colpa dovuti all’azione di modelli e miti culturali posticci e tendenziosi, sopratutto per quelli che, più giovani e insicuri si trovano a dover affrontare la fase delicatissima delle prime interrogazioni identitarie, sono tra le prime cause di suicidio tra questi adolescenti, qualcosa si è ottenuto ma ancora agiscono impunemente nel paese organizzazioni capillari e ben strutturate che adescano i ragazzi sulle chat o sui siti di incontri per poi pestarli a volte sino alla morte, qualcosa si è ottenuto ma la polizia non esita a percuotere e mutilare chi manifesta in forme pacifiche per i diritti più elementari.

Un documento, insomma, dall’elevato peso specifico sotto il profilo educativo e informativo, intenso ed emozionale, che se non fossimo in Italia dovrebbe essere inserito nell’elenco dei film didattici per le scuole, visto l’apporto che può fornire alla formazione della coscienza civile delle future generazioni…se non fossimo in Italia.

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